Se guardiamo all'anno da poco concluso, quali immagini rappresentano meglio la partecipazione dei milanesi alla vita della città? A dicembre, la coda infinita di persone in attesa di entrare al Museo del Novecento e davanti a Palazzo Marino, per la Donna allo specchio di Tiziano; poi piazza del Duomo gremita per l'accensione delle vetrate della cattedrale; la sala del Conservatorio esaurita per le variazioni Goldberg di Bach, presentate dalla Società del Quartetto. Procedendo a ritroso nel tempo, la folla di fronte a Palazzo Reale, nell'occasione di mostre importanti; il folto pubblico di giovani che ha riempito un cinema cittadino per la proiezione del film «La dolce vita» restaurato; la notte bianca dello shopping; il festoso «carosello» per la Champions conquistata dall'Inter. Ci fermiamo qui. Su otto esempi di partecipazione di massa, sei si collocano nella sfera culturale. La cultura sarà pure qualcosa che non si mangia come ha affermato di recente un ministro , ma dai milanesi è considerata quasi altrettanto importante del cibo. Diversamente, perché attendere ore, sfidando freddo e pioggia, per accedere a un museo o a una mostra? A dimostrazione che ormai la cultura è la vera identità di Milano. In barba ai vari «Grandi fratelli», alle «Isole dei famosi» e ai tanti volgari talk show della televisione pubblica e privata, sarebbe il caso di prendere atto di questa nuova realtà. Milano sta cambiando: e nella cultura potrebbe trovare anzi, sta già trovando una sua nuova dimensione. Da capitale italiana dell'industria e poi della finanza e poi ancora dell'informazione, a centro di cultura: la sola che, in questi anni, non conosce crisi e che, se ben gestita, può essere il motore economico del futuro. Anche se la nostra classe politica non se ne accorge, continuando a tagliare risorse all'unico settore in espansione e in grado di attrarre turisti da tutto il pianeta. È stato il New York Times a ricordarcelo, inserendo Milano nei luoghi da visitare: per la sua cultura. A questo punto, assume un significato simbolico la prima dello spettacolo firmato da Luca Ronconi in scena da questa sera al Piccolo Teatro Grassi , «La compagnia degli uomini» di Edward Bond. Il Piccolo, pur con una diminuzione dei finanziamenti, ha programmato una stagione degna del suo livello e della sua tradizione, senza tradire il pubblico. Ma questo non sarà più possibile, da oggi, se verranno confermati ulteriori tagli al Fondo unico per lo spettacolo. Nei momenti di crisi, è necessario puntare sui settori in crescita e non su quelli improduttivi; dunque, togliere fondi alle realtà che funzionano è una scelta così folle da non meritare commenti. O, meglio, un commento: per quale ragione i milioni di visitatori dell'Expo dovrebbero arrivare a Milano (e in Italia) se non per la nostra cultura? Nei prossimi mesi si aprirà la campagna elettorale per il rinnovo dell'amministrazione comunale: Milano sappia mettere il governo davanti alle sue responsabilità e imporsi. Con la forza della consapevolezza.
La cultura come industria
L'anno appena concluso è stato caratterizzato da una forte partecipazione dei milanesi alla vita della città, rappresentata da eventi come la coda infinita per il Museo del Novecento, la folla di fronte a Palazzo Reale e la notte bianca dello shopping. La cultura è considerata una parte importante della vita milanese, con molti eventi culturali che attirano grandi folle. Tuttavia, la classe politica sembra non accorgersi di questo cambiamento, continuando a tagliare risorse all'unico settore in espansione e in grado di attrarre turisti. Il New York Times ha ricordato a Milano la sua importanza come centro di cultura.
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