L'appello. «Dopo la mostra al Farnese ci vorrebbe uno spazio adatto ad allestire una esposizione permanente» Curallo: non disperdiamo questo patrimonio piacentino All'Archivio di Stato cartoni animati d'antan e lanterne magiche affascinano i bambini delle scuole materne aiutandoli a capire il processo per realizzare immagini in movimento. Le stesse macchine pioniere della storia del cinema e una significativa rappresentanza della loro discendenza hanno attirato per mesi l'attenzione dei visitatori di Palazzo Farnese, grazie al percorso "Dai Lumière al cinematografo", a cura di Enzo Latronico (associazione Cineroads), e adesso il collezionista piacentino Luciano Narducci non si rassegna che finiscano dimenticate in soffitta. Gli esemplari ospitati nella sede dell'Archivio di Stato continuano a fornire utili spunti per i laboratori con i più piccoli, ma la raccolta messa insieme con tenacia da Narducci è ben più ampia. «Ci vorrebbe uno spazio grande abbastanza per allestire un'esposizione permanente» auspica Narducci. «Le macchine sono tutte funzionanti e sarei disponibile per effettuare proiezioni o illustrarne il loro uso», aggiunge il collezionista piacentino, al quale nel frattempo sono giunte richieste da istituzioni prestigiose, interessate ad alcune rarità: «Io però vorrei che la collezione rimanesse completa e qui a Piacenza, nella mia città». Al fianco di Narducci intanto si è schierato anche il Cineclub Piacenza, con il presidente Giuseppe Curallo: «Mi sembra impossibile che non si riesca a trovare una sistemazione definitiva a una raccolta così importante e, per tanti aspetti, unica - afferma Curallo -. Come associazione di promozione sociale, potremmo fare la nostra parte per la valorizzazione della collezione, per esempio collaborando per consentirne l'apertura al pubblico. Narducci ha investito tempo, competenza e denaro per raccogliere macchine che oggi sono pressoché introvabili. Come si fa a disperdere un patrimonio così? ». Lo stesso collezionista racconta di essere riuscito a cogliere l'attimo per tante acquisizioni, in un periodo in cui molto è andato distrutto perché ormai sorpassato e destinato quindi all'oblio, quando non alla distruzione. Luciano Narducci, classe 1945, aveva imparato a conoscere certi vecchi proiettori da bambino, quando il fratello maggiore Amedeo lo aveva irrimediabilmente contagiato con l'amore per il cinema. «Avrò avuto dieci anni. In motorino, muniti di una cassetta da frutta, un proiettore e un lenzuolo, raggiungevamo le cascine per proiettare le comiche di Ridolini, Buster Keaton, Laurel and Hardy. Ci ricompensavano con un po' di verdura; quando ci andava bene tornavamo a casa con un salame. Lo facevamo soprattutto per passione». A 15 anni, la gioia per un regalo molto atteso: la prima cinepresa. Da allora Narducci non ha più smesso di arricchire la sua collezione: «Certi pezzi sono riuscito ad accaparrarmeli tramite scambi. Spesso le macchine sono rotto e provvedo io ad aggiustarle». La raccolta comprende macchine e numerose pellicole: «Quando Marco Bellocchio ha girato "Addio del passato", è venuto a casa mia proprio per cercare filmati sulla Piacenza di ieri». Autentiche rarità della collezione Narducci sono gli apparecchi precursori, con i quali nell'Ottocento si sperimentava l'animazione delle immagini: taumatropi (il semplice disco di cartone legato a una cordicella con cui si dilettava, allentando la tensione, Johnny Depp nel Mistero di Sleepy Hollow), stereoscopi, fenachistoscopi, zootropi, prassinoscopi e una serie di lanterne magiche, tipologia che si segue nella sua evoluzione. La luce era prodotta dalla tremolante fiamma di una candela, poi da una lampada a petrolio, mentre i modelli si arricchivano via via di accorgimenti ulteriori: un soffietto con funzione simile a quella dello zoom; cordini per realizzare l'immagine; una sorta di elica, antenata dell'otturatore. Al 1880 circa risale il progenitore di un proiettore per diapositive, che serviva per reclamizzare sigarette egiziane, scatole di sardine, un'affettatrice. Sono manufatti da esplorare nei dettagli delle soluzioni ingegnose adottate per migliorare gli effetti. In una lanterna magica di fabbricazione inglese (della celebre ditta Newton Co.) tre pistoncini permettevano di regolare i fumi in uscita dalla lampada a petrolio, così da variare l'intensità di luce durante la proiezione. Da questi oggetti, di uso prevalentemente educativo e domestico, si passa quindi ai proiettori usati nelle sale cinematografiche, a partire dall'esemplare francese del 1905 di Charles Pathé con meccanica Lumière, uno dei pezzi cui Narducci è più affezionato. Per emulare il sonoro, in un'epoca in cui il cinema era ancora muto, o si disponeva di un pianista o si azionava un grammofono, come quello del 1911, marca "La voce del padrone", o il Decca portatile, posseduti da Narducci, completi di un corredo di dischi. Tra i cimeli, ci sono anche cartoni animati di Topolino degli anni Trenta e macchine destinate alle proiezioni in famiglia, dal Pathé Kid di inizio Novecento con la sua cassettina di legno al Pathé Baby della fine degli anni '20 (dove un disco colorato girava per creare effetti cromatici nelle varie scene), ai Ciné Sélic giocattolo degli anni '40, passando per il modello Topolino Nic degli anni '30, dotato di due obiettivi e che non utilizzava la pellicola, ma una carta traslucida sulla quale erano riprodotti i disegni.