ROMA - Dopo le risistemazioni del fascismo, di fronte alle quali si stagliano sostenitori e critici feroci, tornare a parlare di riassetto urbanistico dell'area del Fori imperiali può creare sentimenti di incertezza e disagio. "Eppure le domande che Roma si pone a riguardo sono sempre le stesse, da anni: come conciliare la necessità di vivere in una città moderna, fatta di lavoro, traffico, turisti, con quella di continuare a scavare nel passato? Dove si incontrano, se è possibile farli incontrare, passato e futuro, soprattutto nel luogo che per Roma è simbolo di queste due dimensioni? Una mostra-dibattito è stata inaugurata proprio per cercare delle risposte a queste domande, e proprio nella sede emblema della città: organizzata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma, curata da Adriano La Regina, Massimiliano Fuksas, Doriana Mandrelli, "Forma. La città moderna e il suo passato", è ospitata infatti nel secondo ordine del Colosseo. Il titolo è pressoché il gemello della mostra che nel 1985 inaugurò questa nuova riflessione sull'urbanistica di Roma, "Forma. La città antica e il suo avvenire". In realtà la differenza che corre fra i due titoli è molto profonda, andando ad investire la concezione stessa delle priorità da considerare, abbandonando un approccio funzionalistìco, ma anche celebrativo, per uno che cerca di valorizzare la zona con meno ridondanza, più consapevole rispetto per l'integrità del suo patrimonio storico e un'inedita attenzione per il ruolo dei cittadini come suoi fruitori. La mostra ripercorre la storia dei Fori dal Medioevo fino ad oggi, gli scavi, le riutilizzazioni, le riletture dettate dalle esigenze della politica: con un approccio multimediale, lungo un ideale nastro blu che avvolge gli archi del Colosseo e vibra di luce pulsante, le sei sezioni interessano più di ottocento anni, e sono accompagnate dall'esposizione di selezionati reperti rinvenuti in ogni epoca trattata. Ciò che appare evidente è che i secoli hanno riservato ai Fori un destino devastante, soprattutto da quando, nell'alto medioevo e fino al Quattro-Cinquecento, la zona era esterna al centro abitato di Roma e serviva da cava di marmo. Il Palatino era ridotto a una collina di vigneti e orti, finché Alessandro Farnese inaugurò una prima serie di scavi nell'area costruendo gli Orti Farnesiani: tutto ciò che veniva scoperto, però, andava a finire nelle collezioni private, e poi da lì chissà dove. Un altro Farnese, papa Paolo 111, in occasione della visita di Carlo V nel 1536, fece abbattere tutte le costruzioni medievali del Foro che ostacolavano la visione dei monumenti più importanti, ripristinando l'antico percorso dei trionfatori fino al Campidoglio e creando le prime premesse per una nuova funzione urbana della zona. Lo stesso papa incaricò Michelangelo di ideare una nuova cornice per il Campidoglio, mentre nel Seicento la funzione pubblica dell'area si accentuò con l'apertura di un grande viale alberato dall'Arco di Tito a quello di Settimio Severo. Con il Settecento si fece strada la concezione illuministica di un approccio più scientifico alla storia, che separava l'antichità dalla contemporaneità: il Colosseo, dopo secoli di abbandono e marginalità, iniziò allora a riacquistare il suo valore di simbolo della città diventando oggetto di restauri e opere di consolidamento. Per motivi culturali e politici, gli anni del dominio napoleonico (1809-1814) concepirono un centro monumentale diviso in città antica e città nuova. I Fori dovevano essere simbolo del potere laico di contro a quello papale, e l'unica via per esaltarli sembrò isolarli, come un reperto in una teca: da una parte tale isolamento favorì lo studio delle antichità, ma dall'altra mise fine alla loro quotidiana trasformazione e osmosi con il resto dell'impianto urbano. La cornice delle zone archeologiche prese forma anche tramite parchi e giardini, una tendenza che si accentuò con Roma capitale d'Italia: dal 1870 si posero infatti nuove e urgenti esigenze edilizie, impostate sul desiderio di ampliare e abbellire Roma. Purtroppo "abbellire" significò spesso distruggere l'esistente per costruire il nuovo, procedendo a veri e propri sventramenti. Una nuova sfida si profilava intanto ai Fori, la costruzione del monumento a Vittorio Emanuele II, e se l'area venne in parte svilita dalla nuova opera, ci pensò il fascismo a conferirle nuova importanza: sul piano urbanistico anche la nuova gloriosa terza Roma doveva isolare i più grandi e significativi monumenti antichi, collegandoli però con scenografici ed enormi assi viari. SÌ realizzarono così nel 1932 la Via dell'Impero (oggi Via dei Fori Imperiali) che collegava Piazza Venezia al Colosseo, poi la Via dei Trionfi (l'attuale Via di San Gregorio) tra l'Arco di Costantino e il Circo Massimo, e la Vìa del Mare, oggi Via del Teatro di Marcello. Nonostante gli importanti scavi di Corrado Ricci, i lavori per la realizzazione di Via dell'Impero secondo il progetto di Antonio Mufioz ebbero conseguenze devastanti: i monumenti superstiti rimasero completamente avulsi dal contesto originario e il taglio provocò danni irreparabili al sottosuolo archeologico. Negli ultimi vent'anni è emersa invece la necessità di restituire una funzione urbana ai siti e ai monumenti del centro di Roma, sottraendoli all'isolamento che li ha ridotti alla dimensione di mirabili ornamenti. Già nel 1979, con l'eliminazione di via della Consolazione (tra Foro e Campidoglio) e poi con la chiusura al traffico della piazza compresa tra il Colosseo, l'Arco di Costantino e il tempio di Venere e Roma erano stati fatti dei passi avanti verso una nuova valorizzazione dell'area: più di recente, nel 1997, la decisione di abolire il biglietto d'ingresso ai Fori ha tentato di riportarli alla loro originaria funzione, quella di un'agorà, di una piazza pubblica in cui i cittadini possano liberamente accedere e muoversi. Se però oggi i pericoli non sono più gli sventramenti edilizi, ugualmente nocivo, pur se meno evidente, è l'inquinamento atmosferico che sfalda lentamente il marmo. Oggi è l'architetto Massimiliano Fuksas, romano, a dire la sua sul futuro dell'area dei Fori: "Credo che si potrebbe immaginare via dei Fori Imperiali come un asse molto semplice, quasi concettuale, dal quale si accede a questo grande paesaggio urbano, extraurbano, monumentale, culturale, ma anche romantico. Questo tracciato deve correre sopra i Fori e non deve andare assolutamente a creare una trincea". Il progetto è quindi quello di ricreare una vera agorà, uno spazio pubblico che i cittadini possano considerare parte della loro quotidianità. E per porre fine al senso deviante della monumentalità di via dei Fori Imperiali, "potrebbero anche esserci dei passaggi, delle passerelle in quota, a una certa altezza dalle quali, da via dei Fori Imperiali, dal centro, dai luoghi centrali, si può accedere su delle piattaforme, che accolgono luoghi come caffè, zone di sosta, mediateca, libreria", in modo da rendere visibile e vivibile l'area, situata oggi 10 metri più in basso di via dei Fori Imperiali. La sfida odierna è dunque paradossalmente quella di valorizzare il presente, risolvendo il conflitto fra passato e futuro, della quotidianità di contro alla spettacolarizzazione, del vivibile di contro all'ammirabile. Nonostante il tempo, l'inquinamento, il traffico, i vecchi e nuovi palazzinari, i Fori devono continuare a vivere fuori dalla cornice che li ha relegati pur esaltandoli: è difficile ma, come ha osservato Fuksas, "in questo momento l'unico modo di essere realisti è quello di credere all'utopia".