Architetto Roberto Cecchi, oltre ad essere segretario generale del Ministero per i Beni culturali, lei è uno dei due curatori, con Francesco Buranelli, della mostra I Farnese da poco inaugurata a Palazzo Farnese a Roma, sede per altro dell'Ambasciata francese. Che esperienza è stata occuparsi di questo evento aperto fino ad aprile? «Per me è stato come un ritorno al passato, un passato molto lontano, quello della Roma classica e quello più recente del Rinascimento, che paradossalmente fonda il suo essere tale sul ritorno all'antico. E' stata un'esperienza che mi ha fatto attraversare duemila annidi storia». Secondo quale criterio è allestita la mostra? «Cercando di far comprendere che questa corsa all'indietro nel tempo nasce come tentativo di riportare a Palazzo Farnese quello che era il Palazzo Farnese del 1570». Ma di chi era e cosa significava Palazzo Farnese a quel tempo? «Apparteneva alla famiglia Farnese fin dalle origini e fu Papa Pio III, anche lui un Farnese, che decise di costruire quel luogo fantastico lavorando con personalità come San Gallo fino ad arrivare a Michelangelo e poi iniziando una sistematica raccolta di reperti archeologici provenienti prevalentemente dalle Terme di Caracalla. Ora, guardando gli inventari del palazzo, abbiamo scoperto che spesso ci sono ancora, magari ammassati qua e là all'interno delle stanze». Cos'ha di tanto straordinario questa mostra? «Non c'è solo la riscoperta del Rinascimento nel palazzo. Ma sono arrivati pezzi unici dal Museo archeologico di Napoli, dal Museo di Capodimonte, dai Musei americani, dai Musei vaticani, dal Museo del Louvre, dal Museo Nazionale di Parma. Ci sono 150 reperti provenienti da questi luoghi e i 23 vengono dall'Italia». Non era mai successo di allestire una mostra di questo genere? «Mai. Poi bisogna pensare che Palazzo Farnese è per lo più chiuso al pubblico e che è un museo di per se stesso e questa mostra permette ora alla città di appropriarsene per qualche mese con in più tutto questo tesoro rinascimentale ambientato in sale come quella dei Carracci, che non ha nulla da invidiare alla Cappella Sistina». Lei è anche segretario generale del Ministero per i Beni culturali. Partendo dall'esempio di questa mostra, si direbbe che le cose non vanno in realtà così male come si tende spesso a dipingere? «Assolutamente! Perché salvo episodi, anche se molto spiacevoli come quelli di Pompei, direi che quella dei Beni culturali è una realtà in movimento di grande valore e che ha veramente un carattere identitario per il paese. Il nostro essere riconosciuti nel mondo spesso risiede nel nostro passato ma anche, in episodi importanti del presente che vanno dai nostri molti musei di arte contemporanea alla moda, fino alla Ferrari ed è per questo che siamo conosciuti. Del resto i nostri ambasciatori ci chiedono sempre come biglietto da visita del paese di mostrare i nostri gioielli d'arte». Siamo così arretrati come spesso ci si sente dire? «Non so se siamo così arretrati. Certo i punti di forza del nostro paese non sono più quelli di un tempo, per esempio l'università. Il modo migliore per rilanciarci penso sia rinnovare nella maniera più fedele possibile quella che è l'immagine nel mondo di un paese dall'unico patrimonio culturale». Palazzo Farnese è davvero il più bel palazzo italiano? «Da fiorentino non posso dire che sia il più bel palazzo in assoluto del nostro paese. Se penso soltanto a Palazzo Strozzi o a Palazzo Gondi o a Palazzo Medici Riccardi oppure a Milano al Broletto o a Palazzo Ducale a Venezia o a Palazzo dei Diamanti a Ferrara o a Palazzo Te a Mantova o a Palazzo Valguarnera Gangi a Palermo e così via... Certo Palazzo Farnese è uno dei più belli di Roma, questo sì senz'altro. E non mi pare poco». Già che lei ha il controllo di tutti questi immobili importantissimi per la storia del paese, come valuta la cura che hanno i privati di simili palazzi? «Generalmente li tengono molto bene e per voler fare un'analisi storica soprattutto negli ultimi 30 o 40 anni la situazione è decisamente migliorata per merito di associazioni filantropiche come quella che salvaguarda le dimore storiche o come il Fondo per l'ambiente italiano». Certo non dev'essere facile conservare un patrimonio enorme come il nostro con così pochi denari destinati alla cultura. «Sì, devo ammettere che è proprio così. Si tratta di un lavoro difficilissimo. Proprio per questo va reso un grandissimo plauso a tutte quelle famiglie private che compiono il loro dovere, anno dopo anno, mantenendo e valorizzando i loro palazzi in tutte le città della penisola».