Dopo la prospettiva tragica della guerra, uno degli argomenti di cui più si parla e scrive è quello delle riforme. E fra le riforme tanto sbandierate del governo e dibattute in parlamento, ma ancora ferme e o in lentissimo avviso, ce n'è una per la quale un ministro, liberatosi (o liberato) da un sottosegretario iperattìvo e loquace, sembra letteralmente scatenato. Si tratta della riforma che coinvolge i beni culturali e per la quale si leggono con evidenza su grandi e piccoli giornali dichiarazioni come questa: «Non venderò il Colosseo»; oppure: «Giuro: nessun bene andrà in saldo» (ora che Tremontì non è più avaro con quel ministero: «Lo ringrazio pubblicamente: grazie all'ultima finanziaria, il budget annuo passa da 2,1 a 3,8 miliari di euro»). E poi: «Pompei? Lo ricostruiremo in auditorium». La confusione è anche in parlamento e nei partiti dopo la legge che ha istituito la famosa (o per molti famigerata) "Patrimonio dello Stato Spa", il cui capitale dovrebbe essere di un milione di euro. Proposte, decreti, emendamenti, maxiemendamenti dei vari gruppi e grancassa mediatica, coinvolgimento di tematiche di carattere politico e istituzionale, rimpallo fra Camera e Senato, nomine bipartisan per la contestatissima commissione (ne fa parte anche Settis, il rettore della Normale di Pisa, famoso studioso non certo di destra, battagliero e competente, autore di Italia Spa. L'assalto al patrimonio culturale, d'inequivocabile posizione politica). «Urbani non passerà alla storia come colui che ha venduto l'Italia», dicono altri due componenti la commissione. Intanto si scatenano (sollecitate?) banche, imprese, capitale privato. Si scatenano anche partiti piccoli con giornali piccoli, ma battaglieri. Che faccia titoli a tutta pagina L'Unità non sorprende. Ma che occupi pagine intere Liberazione che ha una foliazione che è meno della metà dei grandi giornali, è cosa rara. Il motivo c'è. Anche Rifondazione comunista ha presentato pochi giorni fa una proposta di legge (che in verità è mossa soprattutto dalle culture partecipate, sullo spettacolo, la musica eccetera). Un titolo a tutta pagina del 24 gennaio: "Devolution". Una minaccia per la cultura e l'arte. Al contrario (è ovvio), II Giornale a tutta pagina titola "Nuovo modello imprenditoriale". Ma La Stampa ha un altro titolo: "Se il demanio ci mette la coda". E ancora: "Le norme del codice civile sanciscono l'inalienabilità dei beni d'interesse culturale". Si potrebbe continuare con assicurazioni ministeriali, dichiarazioni di parlamentari, prese di posizione di studiosi. Ma si è voluto esporre questa situazione fluida, confusa, in campo partitico e parlamentare per invitare anche la Margherita ad approfondire e prendere posizione sull'argomento. Lontano è il tempo in cui il ministero dei Beni culturali veniva poco considerato dalla democrazia cristiana e di solito affidato a esponenti del partito socialdemocratico, a persone rispettabili ma poco esperte nel settore. La Bono Panino onestamente e modestamente disse: «Cercherò di diventare competente in questa materia». E nessuno fece il ministro spaccone: non Pacchiano e altri, ora spariti. La Margherita ha studiosi e competenti nel settore dei beni culturali. Li impegni.
Beni culturali,la riforma sospesa
Il governo ha presentato una riforma dei beni culturali, che ha suscitato molte controversie e dibattiti. Il ministro dei Beni culturali sembra essere "scatenato" e ha dichiarato di non vendere il Colosseo e di non mettere in saldo i beni culturali. La legge ha istituito la "Patrimonio dello Stato Spa", con un capitale di un milione di euro. I partiti politici e i giornali hanno espresso diverse opinioni e proposte sulla riforma. Alcuni hanno criticato la legge, mentre altri hanno espresso supporto. La Margherita ha impegnato studiosi e competenti nel settore dei beni culturali per approfondire l'argomento.
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