Quel che Traiano non razziò, è ora in mostra ai mercati che lui inaugurò. Ed è spettacolare. Ori mai visti. Perché la Romania li presta per la prima volta, e perché non sono i soliti gioielli. L'Eldorado del mondo antico abbondava così tanto d'oro, che è tutto metallo massiccio quel che luccica in questi giorni a Roma ai Mercati di Traiano. Chili su chili d'oro. Tesoro di Hinova, 5 chili. Tesoro di Pietroasa, 19 chili. Tesoro di Sarmizegetusa, la capitale dell'antico regno di Dacia: 24 bracciali a spirale da un chilo ciascuno. Non fusi ma martellati a freddo come se l'oro fosse ferro. E decorati col serpente piumato che è il simbolo della dinastia reale dacica. Quei bracciali sfuggirono davvero al grande Traiano quando, vincitore nel 106 d.C., trasferì a Roma tutto il tesoro del re dacio Decebalo. 165 tonnellate d'oro e 330 d'argento: il più grande tesoro mai visto sulla terra. Traiano ci pagò profumatamente i suoi soldati per lanciarli alla conquista del più grande impero sulla terra. E ricostruì mezza Roma e mezzo impero. Fece strade, monumenti, offrì pane e giochi al popolo. Tutto con l'oro dei Daci. Quello che trovò e quello che ricavò poi dalle generosissime miniere del «quadrilatero aurifero» di Transilvania. Anche per questo la Romania è paese così profondamente "romano", a partire dal nome. Perché a suo tempo vi si trasferirono fior di cittadini romani, ingegneri, tecnici, operai. E soldati, tanti, per presidiare quello che non era un confine come tutti gli altri. Presidiavano ciò che, di fatto, rendeva grande l'impero. Alcuni di loro, quelli di stanza a Hinova sulla sponda del Danubio, per tenere a bada il nemico non si accorsero neppure che sotto la loro fortezza c'erano tombe con gioielli d'oro splendidi e già per loro antichissimi: del XII secolo a.C., l'epoca della guerra di Troia, anche se l'elegante collana che è in mostra pare fatta ieri. E ancora più antica è la spada di Persinari che apre la mostra: addirittura del XVII secolo a.C., e fu trovata assieme a 4 asce e 12 pugnali, tutti in oro. Forse un'offerta regale. Ma da quelle parti, si sa, circolava oro e si lavorava oro almeno dal 4000 a.C. Insomma quella gente ha oro nelle vene, nel Dna. E ha continuato a goderne per secoli, lavorandolo in modi sempre diversi: tra i Daci le mode nei decori cambiavano ogni 25-30 anni, che per l'epoca era come dire una stagione. Le loro signore, chissà, cambiavano gioie così come cambiavano d'abito. E lo stesso fecero poi anche Ostrogoti e Visigoti quando bussarono alle porte daciche. Fusero (o fecero fondere a Costantinopoli) gioie raffinatissimamente "barbare", e cinture, diademi, coppe, piatti, vasi. C'è persino la fibula d'oro più grande al mondo. E la patera di Pietroasa che è un tripudio di divinità nordiche dalla foggia ellenica, tutte attorno a una dea madre in trono, statica immagine dei tempi andati. La patera è il numero uno d'inventario del Museo nazionale di Romania, il primo pezzo entrato in collezione dopo aver brillato all'Esposizione internazionale di Parigi del 1867. Pezzo trovato da tombaroli oltre trent'anni prima con molti altri, e ritrovato poi a fatica con pochi altri. Il grosso del tesoro era svanito. Ed è sorte comune a molti tesori del museo, tutti recuperati con rocambolesche vicende e perdendo pezzi per via. Non furono però al sicuro neppure tra i forzieri del museo. Nel 1884 vi divampò un incendio e gli ori furono gettati dalle finestre, per salvarli. Giunta poi la Prima guerra mondiale, i Romeni pensarono bene di mettere gli ori al sicuro in quel di Mosca. Ma si era alla vigilia della rivoluzione del 1917, e a casa quegli ori non tornarono più. Ci volle la liberalità di Khrushchev per restituire alcuni tesori alla Romania nel 1956. Anche se comunque nel frattempo altre scoperte fioccavano. E chissà quante altre perdite. Per colpa dei tombaroli ma anche per l'insipienza dei contadini romeni. L'elmo di Cotofenesti, capolavoro da parata del IV secolo a.C., servì per anni come mangiatoia nell'aia. Il bracciale di Cucuteni, strepitoso monile a spirale maschile sempre del IV secolo, fu usato come alambicco per distillare acquavite prima che un archeologo lo scovasse nel 1959. «L'oro antico, non raffinato e misto ad argento, se sporco può sembrare ottone», spiega il direttore del Museo nazionale Ernest Oberländer-Târnoveanu. E usato addirittura come comune strumento da lavoro. Oggi, però, i 140 pezzi d'oro e argento in mostra sono valutati complessivamente ben 66 milioni di euro. Si è dovuto ricorrere alla Garanzia di Stato sostitutiva dell'assicurazione, per farli viaggiare dalla Romania alle rive del Tevere. Oggi non è più come ai vecchi tempi dei contadini stolti. E neppure di Traiano imperatore.