Tra ultimatum e show Bossi avverte: decreti attuativi entro il 23. Il premier rialza il Muro di Berlino: «I comunisti vogliono eliminarmi...» Prossimo scoglio. La mozione Bondi subito alla riapertura del Parlamento Il Senatùr: «La riforma deve passare tra il 18 e il 23 o si vota. I numeri? Silvio mi ha detto che ci sono». Pressing sui giudici costituzionali in vista dell'11: «Solo dei matti potrebbero bocciare il legittimo impedimento» Mai stato così variabile il meteo tra Bossi e Berlusconi. Dalla schiarita alla cupa reiterazione della deadline già annunciata da Calderoli, ormai vicinissima, in cui il centrodestra si giocherebbe tutto: «Il federalismo deve passare nella settimana tra il 17 e 1123 gennaio» scandisce il Senatùr digeritala cena a base di resti suini e finferli. I numeri per allargare la maggioranza? «Ci sono, mi ha detto Silvio che stanno crescendo» non si sbilancia il leader leghista lasciando al premier l'onere della conta. Stavolta non fa numeri, non indica l'ambizioso traguardo di 40 deputati in più, ma se 10 continuano a non bastare lo scetticismo è intatto. Fino ad alzare la tensione sull'imminente mozione di sfiducia al ministro Bondi: Bossi lo difende («Se Pompei non sta in piedi lui che c'entra?»), si mostra ottimista, ma infila un «di rischioso c'è solo se la Lega punta i piedi, ma noi siamo amici, l'importante è portare a casa il federalismo presto». Più chiaro di così non si potrebbe. Peccato che la quadra sia lontana: i numeri per blindare l'ultimo decreto attuativo non tanto in commissione Bicamerale quanto in quella Bilancio ancora non si appalesano. Tremonti resta sulle sue (gelide) posizioni propenso a rispondere picche alle sollecitazioni centriste sul fisco per famiglie. E senza «vedere cammello» difficilmente una vecchia volpe come Casini ascolterà le sirene del Cavaliere che ha già provato sulla sua pelle. Stallo, dunque. Al punto che l'ipotesi delle dimissioni preventive di Bondi è davvero in campo: l'ultima cosa che serve in questo campo minato è un «incidente parlamentare». E la mozione rischia di essere calendarizzata la settimana prossima alla riapertura dei lavori delle Camere. Anche perché, prima della riforma cara ai padani, c'è un'altra scadenza carissima a Berlusconi. La decisione della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento attesa martedì 11. Se non passa il federalismo, minaccia Bossi, si va alle urne. Se cade lo scudo, ci si va ancora più dritti, e i lumbàrd lo sanno. Ieri "l'Umberto" ha chiosato: «Solo dei matti potrebbero bocciarlo. La magistratura prenda atto che Silvio è una brava persona». Sono ore di pressing, di telefonate, di segnali incrociati, di tentativi di decrittare (quantomeno) che aria tira dalle parti della Consulta e del Quirinale. Il rinvio deciso a dicembre dal neo presidente dei giudici costituzionali Ugo De Siervo serviva a evitare la sovrapposizione con i momenti concitati della fiducia al governo e a poter «giudicare in un clima più tranquillo». Adesso le colombe pidielline si stanno spendendo per far passare un messaggio: decapitare un esecutivo che ha appena superato quel giro di boa assegnerebbe alla sentenza un inevitabile quanto indesiderato significato politico. Per tacere del consueto invito a pensare al bene del Paese, alla sicurezza dei conti pubblici (sulla questione, però, il ministro dell'Economia ha idee opposte), alla stabilità, etc. etc. Stallo, si diceva. Altamente infiammabile però. Una partita, per ora, di nervi e di bluff. Finché gli eventi metteranno fine al tempo dei tatticismi.