Il presidente dell'Istituto di studi filosofici: abbiamo unito il Paese "E' venuto da me il Mattioli, col quale ho preso gli accordi per la fondazione dell'Istituto di teoria della politica e di storia, in Napoli, con la mia presidenza e partecipazione: ne ho proposto direttore l'Omodeo». Così scriveva Benedetto Croce ne11946 del futuro Istituto italiano per gli Studi storici. Mattioli, era il banchiere venuto dal Nord convinto che il destino dello Stato fosse scritto nella qualità della cultura e della classe intellettuale. Erano quelli gli anni della Costituente. Ed erano gli anni in cui dai banchi di Palazzo Montecitorio si poteva ascoltare Croce dire all'Assemblea come «il solo bene che ci resti intatto degli acquisti del Risorgimento sia l'unità statale che noi dobbiamo mantenere saldissima se anche nel presente non ci dia altro conforto (ed è pure un conforto) che di soffrire in comune le comuni sventure». Si poteva ascoltare Francesco Saverio Nitti dimostrare che le autonomie locali erano «la peggiore minaccia» e che il «giorno in cui l'Italia fosse divisa, l'Italia meridionale sprofonderebbe ancora più in basso. Ci salveremo tutti, o periremo tutti». Tra i tanti, il problema della formazione della classe dirigente che avrebbe ereditato il governo della nuova Repubblica occupava con insistenza i pensieri dei più avveduti. Si richiamava l'attenzione degli uomini di Stato di allora e dei futuri a curare con priorità assoluta l'educazione delle giovani generazioni, consapevoli del fatto che la dittatura aveva soffocato la coscienza morale e politica della Nazione, che la guerra aveva lacerato i legami di solidarietà e che, al momento, all'appello mancavano eredi degni dello sforzo della Resistenza. Bianca Bianchi denunciò a voce forte che «la nostra classe dirigente non è preparata» e che questo minava alle radici «le premesse per la libertà, per la civiltà, per la democrazia». Parole stenografate, che si pensava non sarebbero mai state dimenticate. Il «testamento» di centinaia di italiani caduti, così definiva Calamandrei la nostra Carta E invece i volumi dei Resoconti giacciono sconosciuti soprattutto ai più giovani. Né i manuali né il dibattito pubblico ne rinnovano loro la memoria. Ed è così che l'unità del nostro Stato e il sentimento nazionale viene depresso e schiacciato sotto il peso di spiriti di fazione che di nessun aiuto possono essere al nostro Paese in quest'ora di nuova incertezza sul suo prossimo destino. Sono pochissimi a continuare l'opera dei Costituenti e a promuovere, attraverso lo studio delle tradizioni più nobili che l'Italia ha maturato, la coesione e l'unità del nostro Stato. Trentacinque anni fa all'Istituto italiano per gli Studi storici si affiancò in quest' opera l'Istituto italiano per gli Studi filosofici. E dal 1975, grazie al lavoro inintermesso e quotidiano dei due Istituti napoletani, il nostro Mezzogiorno, la città di Napoli e l'Italia sono ogni giorno meta di studiosi connazionali e stranieri che emancipano i giovani da una visione ristretta del mondo, confinata al proprio circondario natio, e forniscono loro le chiavi di comprensione del tempo presente. Da Napoli, i due Istituti hanno perseguito nei decenni di attività il solo obiettivo di promuovere la formazione di un immaginario collettivo condiviso perché la popolazione che lo accoglieva potesse esprimere pienamente consapevole di sé una migliore e più adeguata classe dirigente. E perciò questi due Istituti sono anch'essi «beni comuni» dell'Italia pronti ad ospitare i cittadini di ogni età e provenienza perché maturino ed esprimano la propria personalità, come richiede che accada la Costituzione all'art. 2 nelle formazioni sociali per -la sostanziale realizzazione dei principi democratici. Tuttavia, la vita dei due Istituti napoletani oggi è in pericolo per mancanza di fondi. I Costituenti credettero, perché la democrazia non fosse in Italia una dichiarazione di principio astratta e vuota. chela loro tutela doveva essere affidata direttamente al Presidente della Repubblica, in quanto supremo garante dell'unità dello Stato, che quelle formazioni sociali umanistiche concorrono per prime a ricreare e rinsaldare. È per questo motivo che il 14 giugno, nella Sala Palatina del Maschio Angioino gremita di giovani studiosi, alla presenza del Sindaco di Napoli, è stato lanciato un vibrante appello al Capo dello Stato, al garante dei «beni comuni» dell'Italia, perché non venga tolta all'unità del nostro Stato l'occasione di avere in salute due preziosi e unici al mondo contrafforti della cultura e della civiltà in questi tempi di profonda turbolenza.
Perché la politica ha abbandonato la cultura
Il Presidente dell'Istituto di studi filosofici, in un articolo, ricorda la fondazione dell'Istituto di teoria della politica e di storia a Napoli nel 1946, con la presidenza del Presidente della Repubblica e la partecipazione di Benedetto Croce. Il testo denuncia la mancanza di formazione della classe dirigente e la necessità di promuovere l'educazione delle giovani generazioni per garantire la libertà, la civiltà e la democrazia. Il Presidente dell'Istituto di studi filosofici richiama l'attenzione sull'importanza di promuovere la coesione e l'unità del Paese, denunciando la mancanza di spiriti di fazione che possano aiutare il Paese in questo momento di incertezza.
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