Per Umberto Bossi la mozione di sfiducia al ministro dei Beni culturali «non ha molto senso: crolla Pompei e diventa colpa di Bondi, ma se Bondi non ha i soldi?» . Ma fin dalla sua istituzione la principale funzione del ministro per i Beni culturali è precisamente quella di difendere il proprio bilancio dai ricorrenti tagli. Quei soldi servono ad attuare l'articolo 9 della Costituzione «la Repubblica tutela il patrimonio storico e artistico della Nazione»: e se il ministro non solo non riesce, ma nemmeno prova, a ottenerli e poi Pompei comincia a crollare, una richiesta di dimissioni appare ragionevole. Ma tale gravissima omissione non è un'esclusiva di Bondi, e da sola non basterebbe a rendere politicamente forte una mozione di sfiducia. A far la differenza sono le opere e le parole del ministro. Egli ha deciso di investire i pochi soldi disponibili non sulla tutela, ma sulla cosiddetta valorizzazione: ha ritenuto il marketing più importante della manutenzione, e ha ostentato un terribile disprezzo per la sapienza tecnica dei suoi stessi dipendenti; ha promosso commissariamenti fallimentari ed eventi effimeri, o dannosi; ha acquistato falsi capolavori e non ha impedito che veri capolavori lasciassero il Paese; ha (invano) tentato di mettere la delicatissima soprintendenza di Venezia nelle mani di Vittorio Sgarbi. Infine, ha cercato di ridurre al silenzio le voci di dissenso (come quella di Salvatore Settis, sostituito al vertice del Consiglio superiore dei Beni culturali con un archeologo più compiacente). Bisognerebbe dunque ricordare Bossi che Pompei è l'ultima, tragica goccia d'un vaso che trabocca da mesi.