E' noto che Benedetto Croce non avesse particolare predilezione per i giornalisti. Eppure tra i suoi amici ne annoverava tanti, né si può dire che egli stesso non sia stato anche un «giornalista militante», ad esempio con la sua critica e la sua «La Critica». L'imponente carteggio con Corrado Ricci, pubblicato di recente dalla Società editrice il Mulino per l'Istituto Italiano per gli studi storici, con la cura e con una lunga introduzione di Clotilde Bertoni, rivela ora, insieme a una miriade di retroscena sulla storia dei beni culturali napoletani, anche un particolare talento del filosofo per lo «scoop», storico certo, ma anche, se si vuole, giornalistico. È esemplare il corpus di lettere che riguardano la scoperta della Tavola Strozzi, diventata l'immagine-icona di Napoli, più di qualsiasi altra successiva gouache. E' il 14 febbraio del 1904. Il critico d'arte Corrado Ricci, da un anno nominato direttore dei musei, delle gallerie e degli scavi di antichità, intinge il pennino nell'inchiostro e scrive: «Amico carissimo, io e mia moglie leggiamo con interesse unico i tuoi magnifici articoli sugli scrittori italiani viventi. Critica chiara, giusta, nuova, diretta. E meriti un bel regalo, e voglio fartelo io». Quale sarà mai il regalo? Sigari tanto amati dal filosofo o qualche altra tipicità toscana? Ovviamente no. «Girando qua per palazzo Strozzi - continua Ricci - scorsi una tavola di circa un metro e mezzo di larghezza e di 0,60 d'altezza, con un magnifico panorama di Napoli della fine del sec. XV o del principio del seguente. La veduta come si faceva allora è sommaria, ma per certi monumenti è dettagliata e forse preziosa (vedi Castel dell'Ovo). Il principe Strozzi ha fatto fare apposta la magnifica fotografia che ti mando, e che spero riprodurrai, grande, nella Napoli Nobilissima. Anche il trionfo navale che vi si vede deve avere importanza storica, ma tu vedrai e illustrerai». La risposta di Croce è entusiasta: «Carissimo Corrado, grazie, grazie! Non potevi farmi un più bel regalo. La veduta è assai importante, e la più antica di Napoli, finora nota. Certamente la riprodurrò sulla Napoli Nobilissima, in grande, e con un articolo illustrativo... Ti prego, si possibile est, di non comunicarla ad altri, prima che sia stampata sulla Nap. nobiliss.)». E qualche giorno dopo: «La fotografia che mi hai mandato ha destato l'entusiasmo degli amici della Società Storica e degli altri studiosi di Napoli. Io l'ho mandata a riprodurre in fotoincisione, alla grandezza dell'originale, e la pubblicherò come appendice... Ti rinnovo perciò la preghiera di non farla diffondere per ora». Per lo scoop, giustamente non badava a spese: «La riproduzione e la stampa mi costerà un paio di centinaia di lire, e voglio offrire io la primizia, che veramente debbo a te, come dirò. Hai fatto una scoperta di altissimo interesse...». Ma questo è solo un episodio del carteggio che comprende 561 lettere scritte tra il 1890 e il 1925, a quell'altezza, com'è noto, per motivi politici si consumò la scissione del singolare sodalizio intellettuale. Singolare perché i due studiosi erano di orientamento teorico opposto (Ricci era un positivista) ma questo non impedì loro di condurre battaglie comuni perla cultura e la tutela del patrimonio artistico e ambientale, dalla gestione del Museo nazionale e della Pinacoteca di Napoli, alla salvaguardia della Croce di Lucca fino alla scoperta delle mura greche. A questo fine Croce non risparmia nessuno. Nel marzo del 1913, ad esempio, scrive a Ricci: «Nel bellissimo chiostro dell'ex monastero di San Marcellino, vi sono alberi assai antichi e decorativi, che finora erano stati lasciati intatti, soprattutto per le premure fatte da me all'ex rettore Del Pezzo. Ma ora mi s'informa che i barbari e grossolani professori, che colà spadroneggiano, hanno fatto mozzare le cime alle querce, e intendono continuare nella devastazione. Cerca tu di mettere un impedimento, sia per mezzo dell'ufficio regionale sia per altra via!».