Il punto è mostrare un aspetto presentabile anche rispetto a una visuale "dal basso" Lottica dei palermitani dallalto della storia e dellorgoglio Se una sorpresa ci regala lottimo libro fotografico di Giuseppe Anfuso "Palermo dal cielo" (Lussografica Editore) è la bellezza della città vista dallalto: da una distanza di sicurezza, per così dire. A uno sguardo distaccato e superiore, Palermo si offre generosamente con intangibile, inarrivabile maestosità. La visione celeste, paradisiaca, angelica di Palermo, infatti, rimpicciolisce fino allannichilimento i rifiuti, il degrado, il decadimento, lo scempio edilizio, perfino labusivismo non macroscopico e le discariche non megalitiche. Il verde sembra addirittura curato, i monumenti integri, le strade meno caotiche e congestionate. Tutto appare più rarefatto e sereno, più nobile e austero, più vivido e levigato. La città nasconde le sue tumefazioni, mimetizza il suo declino. Risplende in lontananza come un miraggio. Daltronde, i palermitani è proprio così che in genere la vedono: dallalto della storia, del suo panoramico passato, dalle vette del suo vertiginoso orgoglio. Come in un dipinto di Chagall, voliamo sui tetti della città per non sfiorarne le superficiali brutture, e in questa visione profonda troviamo conforto e rassicurazione come in una specie di fuga verticale. Ovviamente, è un volo di Icaro che prima o poi dovrà fare i conti con la forza di gravità, ovvero con levidenza del reale, e schiantarsi al suolo. Con affettuosa gentilezza, Giuseppe Anfuso, che è un architetto catanese, ci consegna con le sue foto una città ultra-visibile, panoptica, e dunque immaginaria, utopica, ancorché non falsa, se non per stupefazione prospettica. Infatti, il trucco cè, purtroppo, e si vede. Non tanto nel senso di un maquillage mistificatore, ma del trompe loeil, dellillusione ottica, della sintesi semplificatrice che ci risparmia limbarazzante complessità dellanalisi. Vista dalla luna, Palermo può perfino ispirare un senso di pace e di ordine, di perfezione e di armonia. Ma le cose sembrano, anzi sono, del tutto diverse analizzate al livello del suolo, nel concreto e polveroso mondo sublunare. Avviene cioè lopposto di quanto descriveva Elio Vittorini nellincipit della sceneggiatura cinematografica del suo romanzo "Le città del mondo" in cui lo zoom sulla Sicilia vista dallalto, «comè nelle carte geografiche», andava progressivamente rivelando una realtà contraddittoria, ma i cui termini di opposizione risultano invertiti rispetto a quelli odierni. Al «turista calato da Milano per fermarsi al Delle Palme di Palermo o al Villa Politi di Siracusa» sfugge, secondo Vittorini, lessenza della Sicilia. Per cogliere la quale occorre alzare il punto di vista, assurgere a una contemplazione aerea che è quasi un colpo docchio metafisico. A Vittorini premeva soprattutto evidenziare la grande differenza tra la costa e linterno, la città e la campagna, ma leffetto dolly assume le caratteristiche di una cartografia siderale: «Molto lentamente, comincia ora a passare una visione (dallalto, diciamo) di sterminate campagne curve, con colline che si alzano materne, come ventri, come groppe, dove striate dai segni curvilinei dellaratro, e dove invece lisce di calcare o di tufo gessoso, intersecate da muriccioli di pietre a secco, punteggiate di grandi alberi solitari che sono i carrubi». Ecco la vera Sicilia, sembra dirci Vittorini, la Sicilia scarnificata, nuda, deprivata: corpo opaco e inerte, illuminato da una luna leopardiana che compie il suo apatico corso «contemplando i deserti». Vista da lontano, con locchio di Dio, il paesaggio siciliano, con la sua orografia antropomorfica e la sua terragna durezza, appare quale veramente è, al di là (al di sopra) del teatro barocco delle sue città, magnifiche quanto mendaci. Lesperimento a volo duccello di Giuseppe Anfuso (perfettamente riuscito nella sua "visionarietà" urbanistica) ribalta questa tesi: dallalto la città mostra la sua geometria e quindi si astrattizza; è solo dal basso che possiamo coglierne la vitale irregolarità. Planando, atterrando, ecco che il corpo urbano rivela le sue smagliature, la sua porosità, la sua ruvidezza, loscenità del dettaglio ravvicinato, proprio come la pelle dei colossali Brobdingnag agli occhi raccapricciati del piccolo Gulliver. Ma ben altro occorrerebbe ribaltare. Sarebbe ora che per sottrarci alle sofferenze della città, al suo imbruttirsi e disfarsi, al suo regredire e imbarbarire, non dovessimo più cercare consolazione nella nostra miopia, ossia in quellimmagine sfocata che appartiene al tempo remoto o alla distanza geografica. Sarebbe ora che, vista rasoterra, Palermo si mostrasse "allaltezza" del suo prestigio e non dovesse più vergognarsi delle sue lordure, delle sue disfunzioni, dei suoi tessuti necrotici. Sarebbe ora di scrutarla al microscopio questa città che si slabbra e screpola, che muffisce e sbriciola. Ma per compiere questa rivoluzione bisogna appiattirsi al suolo e auscultare, alla maniera dei pellerossa, il cuore malato della città, che da qualche parte, lì sotto, nascosto e oscuro, sta perdendo colpi.
A proposito del volume "Palermo dal cielo": la tesi di Vittorini
Il libro fotografico "Palermo dal cielo" di Giuseppe Anfuso mostra la città vista dallalto, con una visione generosa e serena. La città sembra curata e integra, con monumenti e strade meno caotiche. Tuttavia, l'autore sostiene che questa visione è un trompe l'oeil, un'illusione ottica che ci risparmia la complessità e la realtà della città dal basso. Anfuso ribalta questa tesi, sostenendo che la città mostra la sua vera essenza solo quando vista dal basso, con la sua geometria e la sua porosità. La città è un corpo urbano con smagliature, porosità e ruvidezza, e non solo una visione sfocata e curata.
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