Al centro della penisola, lontana dai francesi, diversa dai piemontesi, divenne il simbolo della "pacificazione nazionale" Fra parlamento e ministeri furono spostati 30 mila burocrati, senatori e funzionari Il parlamento, i ministeri da spostare, 30mila fra burocrati, deputati, senatori, funzionari, quasi unondata migratoria per una città popolata da 114mila persone. Far diventare Firenze capitale non fu un scherzo. E non fu una scelta indolore per Vittorio Emanuele e i torinesi. Ma necessaria. Gli storici sono tutti daccordo: quello durato dal 1865 al 1871 non fu un interregno. «Nella lenta marcia del Risorgimento italiano verso lUnità, Firenze e la Toscana giocarono una partita fondamentale». Firenze, al centro geografico della penisola, divenne anche il cuore della Nazione perché cera da rispettare la «Convenzione di settembre» del 1864, il trattato di non belligeranza raggiunto fra governo e Napoleone III. In cambio del ritiro delle truppe francesi da Roma, il Regno si impegnava a non attaccare lo Stato Pontificio. Firenze, in fondo, era la soluzione ideale. «I francesi sapevano che da qui il cuore politico e istituzionale non sarebbe stato facile da portare a Roma in poco tempo. I costi per adattare Firenze al ruolo, anche urbanistico, di una capitale furono altissimi», dice Fabio Bertini, professore di storia contemporanea alluniversità di Firenze. Ma anche se contro la volontà dei torinesi - che diedero vita a moti di protesta - Firenze poteva diventare il simbolo di un cambiamento che si attendeva in tutte le altre regioni, a partire dal sud. Lo Stato sarebbe sembrato meno piemontesizzato. E il capoluogo toscano, centro propulsivo di cultura rinascimentale fin dagli anni 20, «fu il simbolo di una pacificazione nazionale. In città come Napoli e Palermo, la notizia di Firenze capitale fece esplodere di tricolori le piazze. Prima di andarsene da qui, il Parlamento votò una mozione. La città venne proclamata "benemerita della Nazione"», commenta Cosimo Ceccuti, ordinario di storia dellateneo fiorentino e autore di Lunità dItalia fra Torino e Firenze. Furono due i fuochi su cui si innestò la formazione unitaria dei toscani. Da una parte il polo fiorentino del Vieusseux e la palestra intellettuale dellAntologia, dove da un punto di vista «liberale e moderato» si guardava al rinnovamento, allemancipazione dal regime dei Lorena coltivando valori costituzionali che anni dopo avrebbero espresso uomini come Bettino Ricasoli, il barone di ferro divenuto primo ministro dopo Cavour. Dallaltra, la rete dei giovani rivoluzionari, universitari pisani, senesi, studenti di medicina fiorentini legati alle sette segrete dei Veri italiani, alla Giovine Italia e alla Carboneria riformata. Mazziniani e democratici ispiratori di quellesercito popolare che combatté a Curtatone e Montanara, e infine partecipò allepica dei Mille. «Ma cè un momento che i fiorentini non dovrebbero dimenticare - dice Bertini - la rivoluzione del 27 aprile del 1859. La gente si riversò in piazza di Barbano, oggi Indipendenza, e Leopoldo si mise in carrozza sulla Bolognese verso lAustria». E per i toscani? «L11 e 12 marzo del 60, quando si votò per lannessione alla monarchia costituzionale che ormai voleva chiaramente lUnità. Fu un plebiscito»