Un tema di grande attualità che riguarda il prossimo arrivo della Venere di Morgantina e il restauro della Villa del Casale Alle spalle delle absidi della Cattedrale, una palizzata ormai istoriata di scritte e graffiti occupa da quasi un decennio quasi un terzo della superficie di piazza SettAngeli; chi volesse sbirciare dalle finestre praticate nel recinto, potrebbe scorgere in basso tra le erbacce, al di sotto del livello della pavimentazione, i resti di alcuni mosaici romani ritrovati fortuitamente durante lavori di scavo nellarea dellantica neapolis, e da allora in attesa di una sistemazione tuttaltro che semplice anche sotto il profilo teorico della conservazione. Staccarli in previsione di una possibile sistemazione museale, lasciarli in situ protetti da una lastra trasparente, ricoprirli segnalandone la presenza alle generazioni future? Anche se Giuseppe Voza non cita lesempio palermitano, questo caso avrebbe potuto a buon diritto figurare nel volume "Oltre il museo" (145 pagine di grande formato, fotografie di Lamberto Rubino, Erre produzioni), dedicato alle numerose questioni connesse al rapporto tra arte, museo e città, indagate in riferimento alla metodologia archeologica e al suo costante interrogarsi disciplinare. Già soprintendente alle Antichità della Sicilia orientale e direttore del museo Paolo Orsi di Siracusa, Voza affronta in questa sua ultima pubblicazione problemi aperti e irti di difficoltà e contraddizioni: se da un lato nel corso degli ultimi decenni è emersa con sempre maggiore chiarezza la consapevolezza di preservare, anche nella presentazione museale, il rapporto tra reperto e contesto territoriale, evidenziando quando possibile la presenza del substrato antico allinterno delle modificazioni urbane o anche attraverso apparati didattici, dallaltro la nuova spettacolarizzazione scenografica dei musei sembra avere riportato in molti casi (nei nuovi allestimenti del Museo Egizio di Torino ad esempio) il dibattito a posizioni addirittura ottocentesche, aggiornando gli strumenti tecnologici ma, in sostanza, utilizzando le opere per facili e seduttivi colpi docchio. Voza sottolinea come in campo legislativo la separazione amministrativa e gestionale tra soprintendenze e musei abbia incoraggiato questa tendenza, recidendo quella dimensione in progress che dovrebbe rendere conto, nei musei, del progredire delle conoscenze di scavo o di nuove letture delle fonti. In questo, alcune operazioni sembrano avere mutuato dallarte contemporanea la strategia di presentazione dei manufatti, enfatizzandone la componente teatrale in particolare nelle mostre temporanee, come è avvenuto (precedente significativo e pericoloso) in occasione della presentazione delle tre teste romane di età imperiale rinvenute a Pantelleria. Voza, al contrario e pur non nascondendosi come laccento sugli allestimenti o sui nuovi contenitori museali sia diventato determinante per il successo presso il grande pubblico, sottolinea altre priorità: il rispetto dellopera come bene storico, dove cioè convergono (e da cui si irradiano) conoscenze che il museo deve illustrare, e che sempre più di frequente rimangono invece sopraffatte; e quindi la capacità degli allestimenti di ricucire parzialmente quella pratica di decontestualizzazione, di sradicamento dallambiente originario, su cui la pratica museale storicamente si fonda sin dalla sua nascita in età moderna. Proprio il 2011 sarà per la Sicilia, in riferimento agli allestimenti museali archeologici, un anno denso di appuntamenti cruciali. A partire dai prossimi mesi, quando il rientro della VenereDemetra di Morgantina dal Paul Getty Museum sarà celebrato in una sede appositamente ordinata (il museo di Aidone) per narrarne origini e vicende; e poi, proseguendo, con la nuova sede della Fondazione Banco di Sicilia a Palazzo Branciforte che ospiterà, tra le altre collezioni, quella archeologica proveniente dalle campagne di scavo finanziate dallistituto di credito a Selinunte, Himera, Terravecchia di Cuti e Solunto, con un progetto attesissimo in cui Gae Aulenti (che a Palazzo Grassi a Venezia si è già cimentata nellallestimento di esposizioni a carattere archeologico tra cui quella dedicata ai Greci in Occidente nel 1996) ha studiato linterfaccia complesso tra contenitore storico e collezioni. Per giungere infine alle nuove sistemazioni della Villa del Casale di Piazza Armerina, dove sarà smantellata la struttura predisposta da Franco Minissi, allepoca allavanguardia per la scelta di non ipotizzare i volumi costruttivi originari di cui si sa poco e per la soluzione di lasciare i pavimenti musivi in loco con vista dallalto ma non priva di problemi (Voza cita quelli delleffetto serra prodotti dalle coperture); e del Museo Salinas di Palermo, progetto che rimane con alcuni dettagli ancora non definiti ma per il quale si è chiarito che non sarà sconvolta la sala delle Metope selinuntine: nella sua sistemazione quanto mai datata ma tuttavia densa del fascino che emana proprio dalla storia del museo, e dalla concezione ottocentesca che ora diventa, a sua volta, oggetto di conservazione storica. Un paradosso, certo, perché di paradossi teorici e operativi si nutre tutta la vicenda secolare dei musei. Anche se la vera sfida, probabilmente, investe lintegrazione tra museo e territorio, la capacità di conservazione e valorizzazione di una memoria culturale diffusa così come di quei palinsesti edificati su sopravvivenze del mondo antico che sono molte città siciliane, sia nelle strutture viarie che nel riuso di materiali e interi parti di edifici lasciati a vista. Questa stratificazione che ci circonda rimane, spesso, ignorata e non percepita ed è invece un sintomo prezioso di ricchezza culturale che i musei, archeologici e non, dovrebbero raccontare anche come sfondo e bacino di riferimento del territorio su cui insistono. Lesempio dei mosaici di piazza SettAngeli, dimenticati nella loro sistemazione provvisoria, dimostra che il cammino da fare è ancora molto lungo.