L ' urbanistica a Napoli si muove da decenni intorno ad alcuni temi e questioni che raccontano dell' inconcludenza di una gestione che non ha avuto la capacità di avviare una concreta trasformazione della città, della sua struttura, del suo spazio. Bagnoli, Centro Storico, Area Est, Porto, Periferia pubblica: sono nomi che risuonano da tempo, ossessivamente, nella testa degli urbanisti e degli amministratori, lasciando quel senso di frustrazione che si prova generalmente quando si è davanti a un ostacolo insormontabile. Sono luoghi importanti per la città e per la sua civitas: sono diventati "luoghi comuni" di una retorica che vede la trasformazione come una chimera, segno del ritardo di un piano che ha saputo ripristinare le regole urbanistiche, ma non è stato accompagnato da politiche urbane in grado di attuare concrete strategie di riqualificazione della città. Si è ormai consolidato un senso diffuso di immobilismo che paralizza lo sviluppo della città: ciò merita una riflessione radicale sui modi consueti con cui i "luoghi comuni" della nostra urbanistica sono stati trattati per molti decenni. Una riflessione che deve partire da un ribaltamento di prospettiva. La prospettiva a partire da cui questi luoghi generalmente sono stati pensati e pianificati: bisogna provare a orientare azioni meno centrate sull' oggetto, e guardare con maggiore efficacia al quadro generale in cui tali azioni possano moltiplicare gli effetti della loro trasformazione. Un esempio su tutti: la questione di Bagnoli, che ormai - più che un grande sogno - evoca una pericolosa sindrome di Godot, generatrice di uno stato d' angoscia depressiva profonda. Proviamo a pensare che Bagnoli sia una parte - per quanto importante e centrale - ma solo una parte dell' area occidentale di Napoli, e che con questa città debba dialogare. Dalla fine degli anni Ottanta, la pianificazione ha anteposto il problema Bagnoli al tema più ampio della valorizzazione dell' area occidentale di Napoli, della sua straordinaria geografia, con le riserve di naturalità, le grandi attrezzature, la Mostra d' Oltremare, l' Università e i Centri di Ricerca, le aree sportive, i presidi sanitari. Punti cruciali per il miglioramento della qualità della vita in quartieri che (da Bagnoli a Cavalleggeri Aosta, da Fuorigrotta fino a Rione Traiano) raccontano la storia urbana del nostro Novecento. L' ossessione "Bagnolicentrica" ha prodotto un' attenzione esclusivamente focalizzata sugli ettari della fabbrica, e sulla rimozione delle tracce del suo passato industriale. Un progetto di futuro dovrebbe estendere gli effetti della riqualificazione di Bagnoli favorendone le relazioni con la città, anche quelle fisiche più minute, quali gli attraversamenti delle strade ferrate, facendo sistema con il parco della Mostra d' Oltremare, riqualificando via Terracina e viale Giochi del Mediterraneo, lavorando sulla centralità delle grandi attrezzature, oggi fossili in abbandono (come il Mario Argento), recuperando lo storico Collegio Ciano, interdetto per decenni alla città per la presenza della Nato. Ampliare la questione Bagnoli alla città occidentale vuol dire immaginare uno scenario che coinvolga molti quartieri e tutti i cittadini. Solo in questo quadro, Bagnoli, il suo parco e la linea di costa possono rompere il recinto in cui sono isolati, per divenire parte integrante di una strategia che riguarda l' intera città. Strategia che potrebbe coinvolgere con maggiore forza la finanza privata, attraverso iter burocratici e approvativi più snellie rigorosi, più sostenibilie trasparenti, in cui anche l' interesse privato possa essere volano per sostenere un processo pubblico, finalmente riuscendo a catturare anche il mercato sovra-locale. Alcuni chiamano questo modo di pensare strategico (finalizzato a dare coerenza tra quadro d' insieme e azioni puntuali, per far cooperare soggetti sociali e risorse). Altri pensano che i grandi eventi, in grado di captare visibilità e ingenti risorse finanziarie da investire sul territorio (il Forum Universale della Culture, ad esempio) avrebbero potuto essere il volano giusto per attuare questo tipo di processi. Credo semplicemente che sia l' ora di riflettere sui modi per uscire dalla crisi di idee che attanaglia Napoli, cercando di ricostruire uno sguardo d' insieme che abbracci le questioni della città, con grande attenzione all' integrazione tra le scale d' intervento e alla intersettorialità degli obiettivi, al fine di rispondere a molte domande, di interloquire con molti e diversi soggetti. Immaginazione e pragmatismo sono dimensioni essenziali di un progetto in grado di fuoriuscire dalla genericità, puntando alla valorizzazione delle parti strategiche entro scenari più ampi e competitivi, per trasformare i "luoghi comuni" in "beni comuni", parte integrante di un' idea di città più ricca e condivisa, indispensabile per guardare al futuro.