Poche righe e la battaglia sulla tomba di Giacomo Leopardi è riaperta. Davvero il ministero per i Beni culturali ha concesso il patrocinio? La notizia prima circola come indiscrezione, poi arriva la conferma. Un bel fax con il documento di pugno del capo di gabinetto: «Si comunica che l'on.le Ministro, accogliendo l'istanza avanzata, ha accordato il patrocinio della scrivente Amministrazione al progetto di studio e alla pubblicazione degli atti della "Riesumazione dei resti di Giacomo Leopardi"». Destinatario Silvano Vinceti, l'autore e conduttore della Rai che con la sua iniziativa nell'estate scorsa aveva seminato il panico e suscitato reazioni infuriate tra i custodi delle memorie del poeta. Parole di fuoco, al limite dell'insulto, erano venute in particolare da Recanati, dal Centro nazionale di studi leopardiani che aveva bollato l'iniziativa come "insensata" e "macabra", coinvolgendo anche la regione Marche e il comune di Napoli, città dove il poeta morì e dove venne sepolto. Adesso Vinceti comincia a togliersi qualche sassolino dalla scarpa. «Ora non mi sembra che vi siano più ragioni per il no. Perciò aspettiamo che il sindaco di Napoli dia l'autorizzazione. E all'onorevole Franco Foschi, presidente del Centro leopardiano e assessore alla Cultura posso solo dire che i suoi reiterati tentativi di bloccare l'iniziativa si sono rivelati fallimentari». E da Recanati come reagiscono? Con sorpresa per il patrocinio e con un ironico commento proprio di Franco Foschi: «Spero che ciò che il ministro Urbani intende patrocinare sia la pubblicazione degli atti della riesumazione del 1900». In effetti c'è stata davvero un'ispezione sui resti di Leopardi proprio nel 1900. Ma ancora non erano nella tomba monumentale eretta nel parco Virgiliano, dove vennero traslati con una grande cerimonia nel 1939. E' qui che Vinceti vorrebbe scendere con le telecamere della Rai, ma anche con i carabinieri del Ris e altri specialisti per un'indagine sul Dna, come ha già fatto nel caso di Matteo Maria Boiardo e di Francesco Petrarca. Però ci sono o non ci sono i resti di Leopardi? Foschi e le istituzioni recanatesi sono convinti di no. La storia però non è né chiara né semplice. Come noto il poeta morì a Napoli nel 1837, nemmeno quarantenne, durante un'epidemia di colera. Il destino di un morto in quei casi era la fossa comune. Ma Antonio Ranieri, l'amico che lo ospitava, ha invece sempre sostenuto di essere riuscito a salvare la salma e a darle una provvisoria ma degna sepoltura nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta. Qui appunto avvenne la ricognizione del 1900 (proprio perché si è sempre sospettato che Antonio Ranieri avesse organizzato un finto funerale con ossa recuperate a caso per garantirsi l'immagine di amico devoto fino alla fine e poter sfruttare poi in qualche modo il crescente mito del poeta). Ma, dati i tempi e i mezzi a disposizione, l'indagine non diede risposte esaurienti. Anzi, mentre da un lato l'antropologo Angelo Zuccarelli, un luminare dell'epoca, lamentava che i resti ritrovati erano minimi, dall'altro non escludeva che quei resti appartenessero a Leopardi. Naturalmente, a questo punto, Vinceti farà di tutto per andare avanti, anche se, sono parole sue «ci saranno di nuovo forti tentativi per vanificare l'iniziativa. Ma siamo pronti a rispondere e se sarà necessario a mettere in cantiere altre mobilitazioni...».
Sulle ossa di Leopardi il si del ministero
Il ministero per i Beni culturali ha concesso il patrocinio al progetto di studio e pubblicazione degli atti della "Riesumazione dei resti di Giacomo Leopardi". Il progetto è stato iniziativo di Silvano Vinceti, autore e conduttore della Rai, che aveva seminato il panico tra i custodi delle memorie del poeta. Il progetto è stato accolto con reazioni negative da parte del Centro nazionale di studi leopardiani e del sindaco di Napoli, che hanno bloccato l'autorizzazione. Tuttavia, il ministro ha confermato il patrocinio e il progetto potrebbe proseguire. La storia del poeta è complessa e ci sono dubbi sulla presenza dei suoi resti nella tomba monumentale eretta nel 1939.
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