«La situazione dei beni culturali in Campania è drammatica e il problema centrale è che manca l'ordinario, una gestione normale che consentirebbe di non parlare sempre di allarmi. Senza l'ordinario si creano le emergenze». Ilaria Borletti Buitoni festeggia in questi giorni un annodi presidenza del Fai, il Fondo per l'ambiente italiano, 365 giorni scanditi in Campania da un susseguirsi di disastri per i beni culturali. In prima pagina c'è Pompei ma la black list racconta anche di Nola, Campi Flegrei, centri storici invasi dai rifiuti, Vesuvio interdetto ai turisti. «Ci sono altissimi rischi naturali da quello vulcanico a quello idrogeologico. A questi si aggiungono degrado, abbandono, la brusca interruzione di percorsi di recupero. Penso al Parco del Vesuvio che è un progetto praticamente lasciato andare, alla Certosa di Padula che è chiusa per mancanza di personale. Un quadro che si riassume nella definizione di emergenza». Non è un rischio invocare sempre interventi straordinari? Non si rischia di cronicizzare gli allarmi? «Il suggerimento del professor Carandini su Pompei va, secondo me preso come modello. Bisogna monitorare con precisione la situazione e procedere di conseguenza. In Campania serve l'ordinario perché, per un motivo o un altro, è proprio la gestione di base che manca. Manca un monitoraggio completo. Le due linee di intervento successivo sono date dalla manutenzione costante e ordinaria dei beni culturali, che spetta alle Soprintendenze e che va tenuta pubblica; il secondo aspetto, quello della valorizzazione, deve essere impostato su base manageriale senza demonizzare gli aspetti economici». Manca allora una regia che consenta il ritorno all'ordinario? «C'è sicuramente un problema politico. In Campania è come se si avesse un tesoro preziosissimo e lo si nascondesse sotto filetto. Mettere i Beni culturali al centro degli asset di sviluppo è condizione basilare per il rilancio». Enti locali e governo centrale appaiono spesso lontani. «Le responsabilità dell'attuale ministero dei Beni culturali sono molte ma non uniche. Tutte le istituzioni, ad ogni livello, devono porre come scelta strategica di fondo la valorizzazione dei Beni culturali altrimenti continueremo, ad esempio, ad avere dati che ci pongono dietro la Germania come numero di visitatori». Con le responsabilità del comparto pubblico che ruolo possono avere i privati? - «Basterebbe mettere il naso fuori dall'Italia. Nei cda che gestiscono spazi storici e culturali ci sono esperti di livello e privati nel ruolo di benefattori. Nessuno trova che la cosa sia indegna perché alla base c'è rispetto di ruoli e collaborazione. Il Fai in Campania gestisce direttamente la Baia di Ieranto e il parco delle sorgenti della Ferrarelle a Riardo. Proprio questo è il caso di collaborazione con un grande gruppo industriale nel rispetto di competenze e, soprattutto, del luogo». Come convincere i privati ad intervenire? «Con regole ben fatte. Lo Stato ci invita ad intervenire ma poi ci chiede l'Iva sugli interventi di restauro. Defiscalizzare le donazioni è un principio ormai assunto in tutto il mondo e noi siamo in ritardo». Se domani squillasse il telefono e al Fai venisse affidata Pompei? «Bisognerebbe stilare una mappa precisa dello stato attuale, stilare un programma di interventi perla messa in sicurezza contenuto in cinque anni, valorizzare il sito con il massimo rispetto perla storia e l'atmosfera. Non basterebbe, però, tener aperti i cancelli. Bisognerebbe rendere l'area una zona viva. Pompei è il nostro biglietto da visita del mondo. Merita una gestione efficiente».