L'archeologo Giuseppe Vecchio: in pericolo anche le abitazioni c'è acqua, dissesto in tutta la zona «Adesso le capanne dobbiamo sotterrarle davvero»: quella che sembrava una provocazione è diventata oggi una necessità. E Giuseppe Vecchio, archeologo e responsabile della Soprintendenza di Napoli e Pompei, lo dice senza mezzi termini: «Il dissesto idrogeologico è un rischio che corre l'intera zona». Allora non c'è più nulla da fare? Il Villaggio dovrà tornare sotto terra? «Sì, se vogliamo preservarne l'integrità. L'obiettivo non è quello di toglierlo di mezzo ma di proteggere i reperti che hanno resistito al passaggio dei secoli». Ma così non ci sarà più memoria dello straordinario ritrovamento definito, per la valenza storica e scientifica, la Pompei della Preistoria... «Assolutamente, l'idea è di tutt'altra natura. Abbiamo disegnato un progetto che prevede l'interramento delle capanne e la realizzazione di un parco virtuale, dove le antiche strutture saranno integralmente riprodotte con un materiale più resistente come, ad esempio la resina». Già, ma le abitazioni originali, o meglio i calchi? «Saranno messe al riparo sotto speciali coperture mentre il resto dello scavo sarà riempito con sabbia e terra». Per far questo ci sarà bisogno di soldi. Crede che questa volta arriveranno? «Confidiamo nella sensibilità della politica Di quanti soldi ci sarà bisogno? «Occorrono almeno trecentomila euro». Ma si tratta di un progetto definitivo? Le capanne non saranno più riportate alla luce? «No, se in futuro riusciremo ad ottenere i fondi necessari ad affrontare un discorso complessivo, di recupero e valorizzazione dell'intero villaggio, di tutto quello che ancora non è stato portato alla luce e non soltanto delle capanne affiorate». Per far questo però occorrerà prima rimuovere le cause che provocano l'allagamento del sito. «E' ovvio, ma sarà un'operazione costosissima che richiederà svariati milioni di euro oltre che il concorso istituzionale». A che cosa pensa? «Alla deviazione delle acque ed all'abbassamento della falda. In più dovrebbero essere create delle paratie e realizzati dei pozzi. Solo così potrà essere risolto un problema che non riguarda certo solo il villaggio della Preistoria». Cosa vuol dire? «Che quanto si verifica nel sito potrebbe essere il campanello di allarme di una situazione ben più pericolosa che non solo mette a rischio la storia ma l'incolumità pubblica. Nola, insomma, potrebbe tornare ad essere la palude che era all'epoca dei Borboni». Perché? «Dai primi studi effettuati sembrerebbe colpa dei pozzi di Luciano che non vengono più utilizzati e delle campagne che non vengono più coltivate». Solo questo? «No, potrebbe anche esserci qualche costruzione recente che ha deviato il corso dell'acqua. Bisogna indagare perché non è normale che una falda nel giro di due anni si alzi di quasi due metri, al ritmo di 80 litri al secondo».