Ultimi giorni per la mostra al centro di attenzione e curiosità ma anche di furti e innocenti «vandalismi» La mostra ha un nome da plotone di esecuzione. Si chiama «Artisti al muro» ed è sparsa sulla città come zucchero su un panettone: 19 opere d'arte, arte povera, mimetizzata negli arredi natalizi, in 19 postazioni racchiuse nel centro storico. Fa parte degli eventi di Ram, è un coronario nell'intricato gomitolo di rassegne culturali, regista l'assessore Andrea Colasio. Prende per mano i padovani e li trascina in una passeggiata alla caccia di piccoli tesori d'arte sepolti nei vicoli, appesi ai monumenti. E' di Isabella Facco lo scaffale o libreria esposto in via Zabarella, i netturbini lo scambiano per un rifiuto e lo portano via. Arte in discarica, l'episodio diventa un caso nazionale, ne parla la tivù, l'attore Crozza intervista il ministro della Cultura, Bondi, anche Sgarbi dice la sua. Che fare? Un corso di formazione che aiuti l'operatore ecologico a capire l'arte contemporanea? Non che i nostri spazzini siano particolarmente rustici ma a loro la sigla Bat (Biennale d'Arte Triveneta) ricorda, forse, il fumetto dell'uomo pipistrello, e che caspita sono pop art e dadaismo? Il gruppo N forse è un club di figli di nessuno (figli di nn.). D'altra parte questa non conoscenza riguarda un po' tutti i non iniziati. E' come quando ti arriva in casa la donna delle pulizie e finiscono nel cestino appunti preziosi, la collezione di francobolli scambiati per figurine, peggio dell'alluvione... L'arte non è fruscio di sete, ammiccare di pietre preziose, dipinti dai colori sgargianti, si comunicano emozioni anche con oggetti più umili, con un'idea innovativa che esplode. Basti pensare alla merda d'autore inscatolata dal Manzoni. Nel caso di «artisti al muro», poi, si tratta di cose esposte alla pubblica fede, il che aggrava la colpa di chi ruba o danneggia. E' stata rubata la gatta rossa che Laura Stefani aveva collocato in via Sant'Andrea in faccia alla martoriata gatta o leone di pietra che segna il punto più alto della città, culmine di un montarozzo farcito di rocchi di colonne e di macerie romane e medievali. Il felino della Stefani sfidava il mal di montagna, in bilico su un'asta di ferro: ora restano solo le impronte delle zampine e un cartello dell'autrice che augura al ladro un rapporto difficile con la refurtiva. In galleria Pedrocchi c'è il fantasma del Gattamelata di Leda Guerra: un velario paglierino veste la silhouette del guerriero a cavallo, armato di una spada di vetro. Quanto durerà in una città in cui rubano le piante dalle fioriere e le palle dagli alberi di Natale? In Corte Valaresso i ballerini di Maria Stefanelli, che assomigliano al personaggio dei fumetti «Tiramolla», ma sono splendidi nell'essenzialità dei gesti dinamici; in via Manin è stato strappato il cartello con la legenda dell'opera di Isabella Bertocco, una cascata di bottiglie. In via S. Lucia, fissata ad un'altezza antivandalismo, frecce direzionali danno il titolo all'opera «Quo Vadis?» di Virgilio Barison. Una decina d'anni fa una mostra di questo genere sarebbe stata inconcepibile. «Cosa xé che xé 'sta roba?» il commento più probabile. Pensate al coro di voci critiche all'inaugurazione dell'opera di Kounellis al Bo. Pochi si sarebbero stupiti se un'impresa edile l'avesse smontata credendola un'impalcatura. Oggi la sensibilità artistica è più diffusa e lo scopo dell'iniziativa è acuirla di più. E d'altra parte lo scopo di Ram è proprio quello di dar respiro alla cultura, facendo conoscere gente nuova, giovani artisti, nuove forme d'arte. L'idea quindi è apprezzabile, è europea, è da grande città. Vale la pena anche se c'è da pagare lo scotto di qualche incomprensione e di qualche vandalismo.