L'assessore replica a Bonito Oliva: guai a considerare cultura solo cose che impattano su pochi salotti Guido Trombetti, ex rettore della Federico II, è assessore regionale alla Ricerca scientifica e all'Università della giunta di centrodestra, per anni vicino agli uomini del centrosinistra. Dopo l'intervista ad Achille Bonito Oliva sullo spoil system culturale che si sta avviando in Campania prova a definire gli ambiti generali di un ricambio che tutti danno ormai per inarrestabile. «La definizione di cultura è onnivora» esordisce «Dentro c'è tutto. E deve esserci tutto. Senza classifiche artificiali. Le classiche sette muse non bastano più. In giro ce ne sono almeno settantasette. Che chiedono anche, a ragione, finanziamenti pubblici per poter continuare a esistere». Ma non ce n'è per tutti? «E le risorse saranno, probabilmente, ancora minori nel prossimo futuro. La capacità di garantire libera circolazione, indipendenza e crescita è la linea d'ombra che separa un grande paese da un paese sottosviluppato». E tutti bussano alle istituzioni pubbliche. «La competizione per acquisire un po' di sostegno pubblico si fa agguerrita. Perciò, se si vogliono impiegare senza discriminazione le risorse, e si vuole garantire il più esteso livello di libertà di espressione culturale, deve valere il principio di equivalenza tra tutti gli operatori culturali. Senza preferenze preconcette e rendite di posizione». Ad esempio? «Guai a considerare cultura solo cose che impattano su pochi selezionati salotti. Trascurando magari manifestazioni e iniziative egualmente o più significative solo perché più vicine a gusto e sensibilità di un pubblico più ampio. Voglio ricordare il caso di un genio assoluto del cinema come Totò. I suoi film furono considerati a lungo da una certa critica come i cinepanettoni di oggi». Quindi, dovendo scegliere, cosa va finanziato? «Bisogna cominciare a ragionare in modo diverso. Assumendo la carenza di risorse pubbliche non come un problema transitorio ma come vincolo strutturale. I progetti culturali non possono prescindere dal concetto di sostenibilità. Che deve realizzarsi, come in tutto il mondo, anche con l'intervento dei privati. Occorre insomma spingere alla partecipazione attiva la soci età civile nelle sue componenti più illuminate e sensibili. Senza pregiudizi ali ideologiche». Che utilizzo allora va fatto delle poche risorse disponibili? «E' ovvio che è necessario, anche nel campo della politica culturale, fissare delle priorità e fare delle scelte. Per non scontentare tutti. Ma le scelte non devono essere caratterizzate da rigidità e immutabilità. La libera circolazione dell'inventiva è il seme della cultura. Facciamo il caso del cinema. Ci voleva un regista americano, John Turturro, per fare finalmente (dopo "Morte di un matematico napoletano" di Martone) un bellissimo film su Napoli come "Passione"?». Quali sono le priorità? «Una priorità, da coniugare assolutamente con interventi del governo centrale, è conservare il patrimonio culturale che le generazioni precedenti ci hanno consegnato. I patrimoni librari, architettonici, archeologici devono avere la precedenza. Ha poco senso generare nuovi eventi se l'esistente non viene protetto e reso accessibile in modo adeguato. Penso a cose grandi e piccole: a Pompei e ai Girolimini, a San Giovanni a Carbonara e agli scavi sotto San Lorenzo. Faccio un altro esempio. Sostenere gli scavi della Villa dei Papiri (una joint-venture Regione Campania-Miur-Beni culturali era già stata avviata) per sostenere gli scavi». Solo passato, professore? «Nell'ambito del vincolo strutturale delle risorse decrescenti, lo Stato deve garantire libertà di espressione a tutte le manifestazioni culturali, senza scelte di parte e preconcette. Non può far mancare il proprio supporto a nessuno, ma deve incentivare gli operatori a confrontarsi anche con il mercato. Quando c'è un significativo cambiamento delle condizioni al contorno non si può continuare a ragionare in modo inerziale. Diceva Einstein in uno dei suoi celebri aforismi: "Non si può pensare di risolvere i problemi con la stessa mentalità che li ha creati". Vale anche perla politica culturale».