«La nobiltà virtuosa, la borghesia operosa», a cura di Enrico Iachello (Domenico Sanfilippo editore) offre una lettura inedita della storia della grande città etnea Nel 1847 la Guida di Catania (di Francesco Paternò Castello), conteneva la proposta di costituire una "amministrazione straordinaria" garantita dalla tesoreria comunale, composta "da abili e onesti ed intelligenti individui con poteri estesissimi" per gestire un "monte di prestanza", ovvero una sorta di società per azioni capace di moltiplicare il suo capitale per investimenti attraverso l'emissione di fedi di credito. Enrico Iachello, curatore del volume La grande Catania: la nobiltà virtuosa, la borghesia operosa - edito da Domenico Sanfilippo e terzo della collana dedicata alla storia della città, su progetto di Giuseppe Giarrizzo - ne parla come di una banca pubblica di credito per il "decoro urbano", una sorta di istituto per lo sviluppo al cui centro era il completando gli edifici incompiuti e la liberazione delle piazza storiche dal commercio rumoroso e maleodorante di alimenti esposti al pubblico. A metà Ottocento Catania aveva consolidato la sua posizione nel Gran tour delle città europee ed era animata da cultura e tensione politica nazionali. Tale posizione e identità erano cresciute nel corso del Settecento, radicandosi e maturando durante la lunga ricostruzione seguita al drammatico terremoto del 1693, una catastrofe naturale che aveva ucciso oltre metà dei suoi cittadini e distrutto o gravemente danneggiato la gran parte degli edifici religiosi e civili. Da allora, in ondate e con forme diverse, i ceti alti della città, erano riusciti a compiere una sorta di "mobilitazione" dei saperi e delle competenze, rivelando una disponibilità inimmaginata di risorse finanziarie soggettive e una capacità imprenditoriale straordinaria in rapporto alle dinamiche del mercato mobiliare e del settore delle costruzioni edili. "La Provvidenza aveva offerto alla città l'occasione storica per far grande Catania, attraverso il capovolgimento in bene permanente di un momentaneo, imprevisto, e imprevedibile disastro di natura", scrive (con Rotondo) la storica Lina Scalisi - cui già dobbiamo raffinati studi nei precedenti volumi- nel bel saggio introduttivo alla prima parte riguardante il Settecento. "Fare grande Catania", fu il segno del movimento spontaneo ma sorprendentemente uniforme dei diversi protagonisti della prima ricostruzione, l'aristocrazia, il clero, la borghesia, ciascuno dal suo ambito di interessi e di gusto, movimento in cui il dispiegarsi e il modificarsi del gusto, il suo farsi dovere pubblico, non ebbe come movente tanto la causa dell'estetica, quanto la consapevolezza del valore economico e politico dell'estetica e della cultura. La visibilità "europea" della città, con le sue forme urbanistiche e architettoniche, con i linguaggi della sua pittura, del suo teatro, della sua musica, la precoce tensione della lingua dal dialetto verso l'italiano, testimoniavano secondo Enrico Iachello l'impegno di "una aristocrazia virtuosa e di una borghesia operosa", consegnando al secolo della unificazione nazionale un'eredità degna di futuro, a sua volta denso di ambizioni. Con il bel corredo di immagini cui ci hanno già abituato le pubblicazioni precedenti, La grande Catania è divisa in due sezioni, dedicate rispettivamente al Settecento e all'Ottocento fino all'Unità. Soprattutto sul Settecento, il volume presenta aspetti di grande originalità, per le storie che spezzano il secolo in diversi cicli e in diversi protagonisti, e, all'interno dei cicli, evidenziano aspetti di continuità, ma spesso anche di rottura col passato. Così è nel racconto del "buon governo" cittadino fino gli anni trenta (Scalisi-Rotondo). Ne fu protagonista il raffinato principe massone di loggia napoletana Ignazio Paternò Castello di Biscari, grande organizzatore di cultura, ma anche propulsore di un impegno finanziario del Senato cittadino che non sfigurasse rispetto a quello dispiegato dai privati. Così è nel racconto dei "cicli tecnologici" della ricostruzione (Magnano di San Lio), col rinvio alla mobilitazione delle straordinarie abilità artigiane dei lavoratori di pietre e degli architetti-artigiani, confluiti negli anni 1964-1730 da Messina, Palermo, Acireale, Reggio per una committenza pressoché uniforme di autorità e ordini religiosi, nobili, borghesi. Ad essi seguirono negli anni trenta-settanta i maestri-architetti, professionisti di ceto religioso e civile, da Gianbattista Vaccarini, a Giuseppe Palazzotto, al polacco Stefano Ittar, col compito di superare il localismo del linguaggio artigianale verso il neoclassicismo di scuola romana. Così è nel racconto dei "cicli economici", quelli del prezzo del grano in rapporto ai cicli degli investimenti nel mercato immobiliare (Condorelli), per cui i costi della ricostruzione e della destinazione degli investimenti fra edifici religiosi, palazzi nobiliari, edilizia popolare, opifici, edifici pubblici rivelavano una nuova sociologia della città, con una demografia e un mercato del lavoro urbani trasformati dal richiamo regionale di maestranze e lavoratori, oltre che dalla rapidità della ripresa. Con la nota maestria il racconto di Pagnano ci accompagna lungo un itinerario della ricostruzione non solo viva di informazione sulle forme architettoniche, ma soprattutto attenta alle modalità con cui il segno urbanistico e il segno architettonico aderirono al "piano direttore" dei tracciati delle strade, nel segno della "protezione civile" e di una nuova urbanistica proto-razionalista. La Grande Catania riconoscibile nell'iscrizione del 1768 sulla Porta Ferdinandea appena completata da Stefano Ittar "melior de cinere surgo", non sugellava certo il ripristino del passato e della tradizione barocca. La "Catania migliore" del Settecento risorse dalla cenere attraverso la mobilitazione e la crescita dei saperi, la mobilità sociale, il dinamismo economico; risorse nell'arte e il collezionismo, nella produzione musicale, teatrale, nel primato e nell'attività universitaria, nel declino della mastra nobiliare, nelle scritture e nel linguaggio delle scritture. Alla città dell'Ottocento si è già accennato; ma l'originale "direzione di marcia" che Enrico Iachello ha voluto dare ai contributi sulla Catania preunitaria, si trova nelle implicazioni politiche delle riforme amministrative. In particolare secondo Iachello la riforma del 1817, sebbene restauratrice del regno borbonico, adottando il modello napoleonico introdotto da Gioacchino Murat, dotò la città di un innovativo organo di aggregazione territoriale, vera e propria fucina di cultura riformatrice. Attraverso la nuova amministrazione in mano ad illuminati riformatori come Vincenzo Gagliani con la sua rete rete di intellettuali come Carlo Gemmellaro, Giuseppe Gioeni, Domenico Tempio, Francesco Ferrara, Catania si fece capoluogo della sua provincia, estese le sue potenzialità commerciali attraverso la dogana di prima classe e il potenziamento del porto (Di Cristina), e si proiettò come metropoli, polo di riferimento per tutta la Sicilia orientale. La Catania di Iachello segue la sua borghesia in crescita anche attraverso la nuova burocrazia, senza trascurare il significato politico dei conflitti sociali che si giocavano nello spazio urbano, dove la città rivelava il suo "ventre molle" non tanto per una plebe resistente al cambiamento, quanto per le robuste e non limpide connivenze di interessi fra i suoi ceti alti e quelli bassi: ad esempio, tra quella parte della nobiltà che difendeva le rendite delle botteghe e i venditori di "grascia" nelle piazze del centro storico. La prima era espressione di quella parte della Catania ricca per cui il "decoro urbano" assumeva un valore antieconomico. Sappiamo da De Francesco, nel saggio dal significativo titolo Un Vulcano di patriottismo, che la città diede i suoi uomini ai moti risorgimentali, alimentò attraverso i suoi esuli la fiducia della cultura democratica e patriottica settentrionale, informò la sua nuova classe politica, radicale, democratica e riformista, della migliore eredità del costituzionalismo inglese, dell'illuminismo murattiano, del patriottismo rivoluzionario massone, persino del separatismo. La Catania dell'Ottocento cantò con Bellini le rime patriottica de I Puritani e acclamò il Garibaldi repubblicano del 1862 alla conquista di Roma, oltre che il Garibaldi del 1860. Nel corso dei centocinquant'anni ormai passati, la parte colta, virtuosa e operosa di Catania ha continuato a dare a lungo segni fecondi di sé; lo leggeremo certamente nel prossimo volume a quegli anni dedicato, che attendiamo con ansia. Ma sappiamo bene con quante difficoltà ciò avvenga oggi, e non solo per le epocali trasformazioni che ci riguardano. Il volume curato da Iachello parla certo di una storia lontanissima, ma ci avvicina in modo sorprendente al valore civile, economico e politico della costruzione e dell'uso del "decoro urbano". 31122010 LA SICILIA