Prima premessa: l'archivio di Giorgio Vasari è straordinariamente importante, e non esiste in Italia un fondo privato altrettanto cruciale per la storia dell'arte nazionale. Seconda premessa: se lo Stato deciderà di esercitare la prelazione per l'acquisto di quelle carte non dovrà pagarle 150 milioni di euro. II quinto comma dell'articolo 61 del Codice dei Beni Culturali stabilisce infatti che le «clausole del contratto di alienazione non vincolano lo Stato»: in altre parole, laddove il prezzo pattuito in quel contratto sia superiore in modo esorbitante e sospetto a quello di mercato lo Stato può proporre un prezzo diverso. E non c'è dubbio che questo sia il caso, giacché il valore venale dell'Archivio Vasari è sicuramente più vicino ai due milioni e seicentomila euro da cui sarebbe dovuta partire l'asta prevista nella scorsa primavera che non ai centocinquanta milioni che una (invero un po' misteriosa) holding russa sarebbe disposta a sborsare subito. Detto questo, lo Stato deve o non deve entrare in campo per comprare quel preziosissimo archivio? In teoria potrebbe anche non farlo, visto che un vincolo assai rigido ne vieta non solo l'esportazione all'estero, ma addirittura lo spostamento dall'armadio della Casa Vasari di Arezzo. In pratica, al contrario, il Ministero per i Beni Culturali deve fare di tutto per riuscire ad assicurarselo. Se, infatti, qualcuno è davvero disposto a sborsare una cifra così spropositata è facile immaginare che non si accontenterà della nuda proprietà dell'archivio e che intraprenderà invece una acerrima battaglia legale per annullare o mitigare quei vincoli: e in un Paese afflitto da una grave incertezza del diritto non è possibile escludere che una simile operazione finisca, prima o poi, con l'avere successo. Basterebbe, per esempio, riuscire a ottenere la revoca del (già contestato) vincolo pertinenziale per fare perdere velocemente le tracce delle carte, con tutti i rischi di smembramento, vendite parziali, deterioramento e inaccessibilità. Questa concretissima eventualità potrebbe essere evitata se lo Stato decidesse di investire nella salvezza perpetua di questo inestimabile tassello della nostra storia nazionale una cifra in fondo non superiore al costo di una mostra medio-grande della durata di tre mesi. Per qualche ora è sembrato che il Comune di Arezzo fosse disposto a benedire l'acquisto da parte della società russa in cambio di un obolo da destinare alle celebrazioni vasariane: e sarebbe stata la peggior certificazione che la smania politica di un'effimera «valorizzazione» ha ormai travolto la preoccupazione istituzionale per una durevole tutela. Poi, per fortuna, il sindaco Fanfani ha invece dichiarato di auspicare che sia lo Stato a comprare l'archivio. Tra due giorni si aprirà solennemente il cinquecentenario della nascita di Giorgio Vasari: nessuna retorica da «grande evento» potrebbe camuffare la terribile decadenza di un'Italia ridotta al punto di vendersi gli organi (dello spirito).
Archivio Vasari. Tentazioni e doveri
L'archivio di Giorgio Vasari è un patrimonio storico e culturale importante per l'Italia. Il governo potrebbe acquistarlo per 150 milioni di euro, ma il quinto comma dell'articolo 61 del Codice dei Beni Culturali consente allo Stato di proporre un prezzo diverso se il prezzo pattuito è troppo alto. Il valore venale dell'archivio è probabilmente più basso dei 150 milioni di euro. Il Ministero per i Beni Culturali deve assicurarsi l'acquisto dell'archivio per evitare una battaglia legale. Il governo potrebbe investire nella salvezza perpetua dell'archivio a un costo non superiore a quello di una mostra di tre mesi.
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