Il Riesame: a 650 dipendenti compensi non dovuti Trucco per pagare gli straordinari. Congelati beni per 700mila euro all'ex manager amministrativo Dopo i crolli, Pompei di nuovo nella bufera. La Guardia di Finanza ha eseguito un sequestro di beni nei confronti di Luigi Crimaco, ex direttore amministrativo degli Scavi, la cui iscrizione nel registro degli indagati era già nota da tempo. Il Tribunale del Riesame, infatti, ha accolto il ricorso della procura di Torre Annunziata contro la decisione del gip, che in un primo momento aveva rigettato la richiesta di sequestro. A Crimaco, ritenuto dall'accusa l'artefice principale dell'imponente truffa ai danni dello Stato, sono stati «congelati» beni per 700.000 euro. I falsi corsi di formazione riguardano 265 addetti alla vigilanza delle aree archeologiche di Pompei, Stabia, Ercolano, Torre Annunziata e Boscoreale. Non si placa la bufera sulla gestione degli scavi di Pompei. Mentre è ancora aperta l'inchiesta sui crolli che si sono susseguiti negli ultimi due mesi all'interno dell'area, nel mirino tornano i corsi fantasma peri dipendenti: ieri l'ex direttore dell'area amministrativa, Luigi Crimaco, è stato raggiunto da un l'indomani dell'emissione provvedimento di sequestro dei beni. All'ex dirigente i militari del comando provinciale di Napoli della Guardia di Finanza hanno congelato proprietà per settecentomila euro. La richiesta di sequestro è stata firmata dalla procura di Torre Annunziata, impegnata nell'inchiesta che vede coinvolto proprio Crimaco e 265 addetti alla vigilanza del sito archeologico. Una richiesta già formulata dalla procura oplontina all'indomani dell'emissione degli avvisi di garanzia risalenti al 16 novembre scorso, ma allora rigettata dal gip. La procura è allora ricorsa al tribunale del Riesame, ottenendo la modifica del provvedimento. Il sequestro riguarda conti e possedimenti del dirigente, nominato in prima battuta nel 2006 da Rocco Buttiglione e riconfermato l'anno successivo da Francesco Rutelli, prima di lasciare la mano per l'arrivo dei commissari Profili e Fiori. La cifra congelata dai militari corrisponde al possibile danno causato alle casse dello stato dalla presunta truffa attuata organizzando finti corsi di formazione per duecentocinquanta addetti. L'obiettivo era quello di pagare degli straordinari accumulati nel tempo e mai incassati dai dipendenti. Nel 2006, in seguito alla minaccia di uno sciopero, Crimaco giustificò il pagamento per un totale di settecentomila euro come compenso di corsi di formazione in cui erano stati impegnati gli addetti alla vigilanza degli Scavi. In realtà quel pagamento non era altro che il cedimento a un «ricatto amministrativo» e corrispondeva agli straordinari accumulati dal 1988 al 1996 dai dipendenti. Straordinari mai incassati ma il cui pagamento era ormai prescritto e per il quale l'amministrazione non aveva più nessun obbligo di pagamento. La soprintendenza, nella persona di Crimaco, secondo l'accusa invece cedette alla richiesta sindacale rendendosi protagonista di una truffa milionaria ai danni dello stato. Ai finti corsi di formazione parteciparono addetti alla sorveglianza dei siti di Pompei, Ercolano, Boscoreale, Torre Annunziata e Stabia. Partecipazione anomala, perché avvenuta, secondo gli atti raccolti dalla procura, non in aule o in altre sedi istituzionalmente idonee reperite dalla Soprintendenza, ma direttamente all'interno del parco archeologico, durante l'orario di lavoro degli stessi custodi. Non solo: i dipendenti della Soprintendenza redigevano i moduli didattici senza il controllo di coordinatori, cui sarebbe spettato anche curare e dirigere l'attività formativa. In alcuni casi, i coordinatori scelti per i corsi ricoprivano anche il ruolo di discenti. Opposta, ovviamente, la ricostruzione fatta dal difensore di Crimaco, avvocato Luigi De Vita, che ricorrerà in Cassazione contro il sequestro. La decisione di trovare «soluzioni alternative» per pagare ai dipendenti degli scavi gli'straordinari prescritti, sostiene il legale, fu presa nel 2004 nel corso di un incontro cui parteciparono, oltre alle organizzazioni sindacali, il soprintendente regionale ai Beni archeologici dell'epoca, Stefano De Caro, e l'allora direttore amministrativo degli scavi, Giovanni Lombardi, predecessore di Crimaco. L'accordo, aggiunge De Vita, si basava sul «principio etico del diritto al compenso», dal momento che il lavoro straordinario, anche se prescritto, era stato effettivamente svolto; inoltre metteva fine a scioperi che per mesi avevano creato il caos negli scavi, provocando la chiusura per giorni del complesso archeologico e, di conseguenza, gravi danni alle casse statali. «Il sequestro dei beni di Crimaco risulta essere l'ultimo atto di un'inchiesta conclusa» commenta invece il procuratore Diego Marmo che con i suoi sostituti valuterà adesso la possibilità di richieste di rinvio a giudizio per i protagonisti della vicenda.