Nel mondo della finanza cresce l'insofferenza per l'opera di Cattelan posta davanti a Palazzo Mezzanotte. Politici divisi: spostarla subito o aspettare? Il manager del Nordeuropa scende dal taxi e non ha occhi che per la scultura che si trova di fronte. Non è mai stato a Piazza Affari e fatica a staccare gli occhi dall'imponente dito medio che gli si para davanti. Guarda allibito il taxista. Non crede che quella sia la destinazione giusta e scandisce lentamente le parole: «Piazza Affari?». Come a dire: ma dove diavolo mi hai portato. Il guidatore ha già visto questa scena. Annuisce convinto e con eloquenti gesti che indicano la piazza prova a calmare il manager del Nord. Poi indica Palazzo Mezzanotte: «Sì, sì, è questa, here, this is Borsa Italiana». Il siparietto è stato raccontato nelle scorse giornate natalizie da un dirigente di una società quotata a Milano. Sulle prime fa sorridere, poi fa pensare. E cominciano le considerazioni più serie: è davvero questa l'immagine che vogliamo dare della borsa italiana? Il tema è uno dei più caldi in queste fredde giornate milanesi. La domanda che imperversa tra i membri del Consiglio comunale è la seguente: lasciare il Grande Medio di Maurizio Cattelan al suo posto per effetto di una proroga o spostarla? Stefano Pillitteri, assessore alla Qualità, Servizi al Cittadino, Semplificazione e Servizi Civici parla senza pudore di «affiato metafisico che la scultura conferisce alla piazza». Il fatto è che mentre i politici sono divisi, la comunità finanziaria, più concreta e meno incline alle facezie, ha da tempo emesso ìl suo verdetto. Sintetizzabile con una parola: basta. E se per strada vanno in scena siparietti come quelli del taxista, negli uffici di Borsa Italiana da mesi sono abituati a vedere i manager inglesi del London Stock Exchange bloccarsi di colpo, magari lasciando la frase a-metà, per guardare l'enorme dito medio che si staglia nel finestrone nobile dell'ufficio dell'amministratore delegato Raffaele Jerusalmi. E il seguito di solito non sono commenti, ma eloquenti espressioni del viso. La chiacchiera con operatori di borsa o esperti di lungo corso della finanza milanese porta inequivocabilmente nella stessa direzione: quella statua non ha senso in quel posto. Stile, credibilità, opportunità sono i concetti più ricorrenti. Raramente si entra nella disputa artistica. Chi commenta di solito si guarda bene dal ritenersi giudice del bello. Il problema è un altro, ben poco metafisico: il rischio per l'immagine è più alto dei possibili benefici che porterebbe l'eventuale input artistico. In sostanza, non è un problema politico, né tantomeno puramente estetico. Al massimo si potrebbe osservare che quel dito medio non è di buon auspicio per gli investitori e quindi per il mondo delle imprese, non sempre a loro agio nei meccanismi complessi del mercato. La palla però non è in mano ai vertici dei grandi gruppi di Piazza Affari bensì ai politici milanesi, che hanno già concesso alcune proroghe e che adesso hanno deciso di rinviare ulteriori decisioni a martedì 4 gennaio, giorno in cui è prevista una seduta della giunta nella quale si farà il punto sulla scultura. Il problema, per molti, è più che altro politico, ed è sintomatico osservare che persone insospettabili in questi giorni difendono timidamente il Dito pur di non pesare sugli equilibri di Palazzo Marino. C'è anche chi fa presente che spostare l'opera (il cui titolo ufficiale è L.O.V.E.) avrebbe un costo notevole per la città, ma se lo stesso assessore al Bilancio, Giacomo Beretta, sempre attento ai conti della macchina comunale, è favorevole a spostarla evidentemente non si tratta di una spesa insostenibile.