Se qualcuno pensa che la cultura per vivere ha bisogno della mano dello Stato; che Pompei non crolla se le tasse sono alte; o che una "tv di qualità", che si sostenga solo a forza di canone senza pubblicità, avrebbe successo, basta volerla fare; e soprattutto che queste cose da noi non si realizzano a differenza dei Paesi più avanzati come Francia e Germania; ecco, forse farebbe bene a leggere quanto Max Colchester ha raccontato ieri per il Wall Street Journal sul caso del canale tv franco-tedesco "Arte". Una delle poche imprese statali risparmiate dai tagli anti-crisi del governo Fillon è stata proprio "Arte" (acronimo di "Association Relative à la Telévision Européenne"), canale satellitare e via cavo nato nel 1992 dalla collaborazione tra alcuni Länder tedeschi e la Francia della grandeur culturale del presidente François Mitterrand e del suo ministro Jack Lang. L'emittente è un modello di impresa finanziata dallo Stato: i contribuenti franco-tedeschi si dividono le spese e sborsano qualcosa come 400 milioni di euro per mandare avanti un canale che trasmette concerti di Bach, ma anche documentari su Elvis o film di Hitchcock in formato 3D. Senza contare l'attività di produzione di pellicole cinematografiche come l'acclamato "Le vite degli altri" di Florian Henckel von Donnersmarck. Un'impresa meritoria, senza dubbio. Tranne per un particolare: quasi nessuno guarda "Arte tv". In Francia, dove è l'unico canale tematico culturale, è passata in 5 anni da un'audience del 3,5 (la "fetta" di mercato televisivo conquistata) al 2,5 attuale. In Germania è aumentata: ma dallo 0,5 allo 0,7. Poca roba. Ma ora Parigi ha deciso di alzare del 4,5 la quota prelevata dal canone e destinata alla tv nel cui Cda diede anche il filosofo e star mediatici Bernard-Henri Lévy e qualche voce dissonante si è levata. Subito zittita: la cultura, soprattutto a Parigi, non si tocca. Il perché lo spiega François Godard, esperto di media contattato dal Wall Street Journal: «Quando nei sondaggi si chiede ai francesi quale sia il loro canale preferito, rispondono invariabilmente: "Arte tv"». Poi vai a vedere i dati di Médiametrie, corrispettivo transalpino dell'Auditel, e scopri che le cose stanno diversamente. Ma così vuole il mito francese, quello dello "Stato culturale" smascherato da Marc Fumaroli. Ed è così persino in un momento difficile per le televisioni del Continente, con la Gran Bretagna - spiega Colchester - che congela gli aumenti del canone (peraltro già basso) fino al 2017 per costringere i dirigenti della Bbc a farsi maggiormente carico dei costi di produzione. O la stessa Francia che rimanda il progetto di bandire gli spot pubblicitari dalle reti pubbliche per l'impossibilità di riempire il conseguente buco in bilancio di 400 milioni di euro.