L'intervista. Stefano Zecchi, docente di estetica alla Statale. MILANO Il segreto è far sapere. Così la pensa Stefano Zecchi, scrittore e ordinario di Estetica alla Statale, che da assessore alla Cultura, tra 2005 e 2006, ha messo lo zampino pure nella gestazione del Museo del '900. Professor Zecchi, da dove arriva questa fame d'arte? «Credo da una comunicazione oggi molto più efficiente, che ha contribuito non poco a recuperare il deficit di affluenza degli anni passati». Anche a innestare un circuito virtuoso. «Certo, e la Pinacoteca di Brera è un buon esempio. Una delle gallerie più importanti d'Europa, se non del mondo, che era stata a lungo sottodimensionata dal punto di vista dell'affluenza». E adesso entra chi prima non ci avrebbe mai messo piede. Vale anche per il Museo del '900? «Lì gioca anche la novità, ma il suo successo dimostra che Milano può puntare sulla cultura, generare quel turismo artistico che si pensava impossibile». Non c'entrerà un po' l'ingresso gratuito? «Probabile, ma anche la curiosità per uno spazio tanto atteso e, soprattutto, collocato nel pieno centro della città. Il corollario è che a Milano si possono creare grandi occasioni espositive che, in prospettiva, possono avere anche un ritorno economico significativo. Non è poco, di questi tempi». Dietro il successo di Palazzo Reale c'è anche la scelta di esposizioni più «pop". «E' una tendenza generale. Si diradano le mostre "di ricerca", che mettono insieme una serie di opere per capire meglio un autore o un periodo, perché oggi spostare le opere e complicato, le assicurazioni sono altissime. Così si punta su "pacchetti" come nel caso di Dalì, una parte di una mostra che era a Roma, o "tour" come quello di Tiziano, destinato a girare ancora dopo essere stato da noi».