Nulla è ancora certo del destino di Sandro Bondi, come ministro per i Beni culturali. Le previsioni maggioritarie, diremmo anzi largamente maggioritarie, lo danno per dimissionario, così da evitare lo sgradito appuntamento con la mozione di sfiducia. Lasciando da parte le considerazioni numeriche sulla possibilità che la mozione passi (con i voti scontati di Pd e di Idv, ma pure con l'intero terzo polo: l'esito dipenderebbe da cani sciolti e minoranze linguistiche), cerchiamo di chiederci perché Bondi patisca una disistima tale da aver causato la mozione a lui ostile, strumento non di uso quotidiano. La risposta reale è semplice: Bondi è un pretesto per inguaiare la maggioranza. Ovviamente la vicenda pompeiana non ha rilievo alcuno: non v'è chi non si renda conto dell'impossibilità di ragionevolmente addebitare a un ministro eventuali crolli in un qualsiasi monumento italiano. In passato crollò il Campanile di Venezia, crollò una torre medievale a Pavia, perfino si ipotizzò la tenuta del Cupolone fiorentino del Brunelleschi, ma a nessuno venne in mente di tirare in ballo responsabilità di un ministro in carica. Quel che importa, a Bersani come a Di Pietro, è sputtanare il governo e umiliare in prima persona Silvio Berlusconi, del quale Bondi appare uno dei più fedeli collaboratori, oltre che numero due dopo di lui, sia pure in condominio, nel partito. A Casini, Fini, Rutelli e Lombardo, del pari, poco importa di Bondi: vogliono segnalare il proprio peso, facendo rimarcare che senza i loro voti la maggioranza andrebbe sotto. Tale, almeno, è la loro speranza. A detrimento di Bondi giungono, poi, considerazioni non più politiche. bensì amministrative e personali. La sua conduzione del ministero è criticata da molti: si lamenta, essenzialmente, l'abbandono di responsabilità in favore di vertici burocratici. Basterebbe leggersi i comunicati del sindacato Uil dei Beni culturali per annoverare una lunga serie di attacchi sul piano schiettamente interno. Si aggiunga l'immagine, magari sole in parte vera, ma diffusa, del ministro preda dei tagli tremontiani, incapace di difendere gli stanziamenti al proprie dicastero. Non andrebbe neppure ignorato che a molti Bondi appare come una sorta di macchietta: poeta schieratissimo a dar ragione al Cav, capace di far eleggere la convivente in Parlamento, oggetto di dileggio in un libro letto con ghiotta voracità negli ambulacri dei palazzi romani del potere, «Il pesce rosso non abita più qui». Si tratta di una storia d'amore di una donna innamorata di un politico d'alto bordo, il quale nelle pagine ricche di riferimenti di quel libello non fa una figura bella (il povero Bondi tra l'altro dovette sorbirsi irrisioni e battutine). Conta poco, si dirà, l'immagine personale di un politico quando si tratta di un voto parlamentare. È vero fino a un certo punto. Vi sono personaggi che, soprattutto per la loro tracotanza, sollevano antipatie in vasti strati di parlamentari, soprattutto peones, i quali di solito si vendicano in occasione di voti concernenti richieste della magistratura: Bettino Craxi e Francesco de Lorenzo ne furono esempi di tutto rilievo. Bondi non solleva antipatie perché strafottente, certo, semmai è il caso opposto. Ma appare come un succubo del Cav: e questo basta a molti per affossarlo.