Una cifra e una data: il turismo culturale, in Italia, ha raggiunto un fatturato annuo di 21 miliardi di'euro; ma, ed ecco la data, a soli cinque mesi e mezzo dall'avvio della sperimentazione del nuovo Codice dei beni culturali e del paesaggio, che, secondo il ministro Urbani, dovrebbe tutelare il tesoro che «produce» questa ricchezza, arrivano un doppio condono edilizio e una legge Finanziaria che, snaturando il paesaggio e diminuendo ancora i fondi alle Soprintendenze, quel Codice lo dissestano a colpi di ariete. Tant'è che nella sua introduzione alla Finanziaria il ministro Siniscalco - voce dal sen fuggita? - definisce, in piena linea con Tremonti, il nostro patrimonio storico-artistico «un'anomalia italiana». S'intende: troppa roba, troppo costosa da gestire. Non è finita: perché il Codice prendeva spunto, in teoria, dalla necessità di armonizzare le funzioni di Stato e Regioni dopo la riforma, datata 2001, del Titolo V della Costituzione, ma in queste settimane la devolution avanza e quel po' di supposta armonia normativa va a gambe all'aria. In questo marasma, chi, intanto, con la legislazione sui beni culturali ha a che fare ogni giorno per motivi professionali, come si orienta? Il problema è evidente, se il master in Economia e Gestione dei Beni Culturali dell'università romana di Tor Vergata, ha voluto inaugurare i corsi, giovedì, con una lezione-convegno - nelle sale della Treccani - dove chi ha le mani in pasta con la materia, docenti come Pasquale Lucio Scandizzo, Salvatore Bellornia, Maria Alessandra Sandulli, amministratori locali come Vincenzo Vita e Pietro Barrerà (Provincia di Roma), soprintendenti come Eugenio La Rocca e Rita Paris, Carlo Fuortes per Musica per Roma, Igino Poggiali per le Biblioteche della capitale e, per le associazioni di tutela, Vittorio Emiliani, hanno cercato di chiarire il marasma a una platea di studenti evidentemente frastornati. Intanto, per i Quaderni dell'Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli esce un volume curato da Giuseppe Chiarante e Umberto D'Angelo (Graffiti editore, pagg.278, euro 22) che raccoglie e analizza il frutto della febbrile attività legislativa del Centrodestra, in tre anni e mezzo, in materia di tesoro del Bel Paese: dal Codice, alla riforma del Ministero (contro la quale pende un rinvio del Tar delle Marche alla Corte Costituzionale) al regolamento attuativo della riforma. Nella premessa Chiarante analizza, passo passo, i principi che hanno ispirato la tutela del nostro tesoro per ben mezzo millennio (da Raffaello nominato soprintendente alle antichità romane da papa Leone X) fino alle prime avvisaglie della frana, negli anni Ottanta, quando De Michelis cominciò a parlare di «giacimenti culturali». E cominciò a maturare una classe dirigente (quella di adesso) che i «giacimenti» (musei e ville, palazzi e certose, ma anche coste e parchi) intende sfruttarli in senso letterale, per fare cassa. Nel volume gli interventi di Wanda Vaccaro Giancotti, Marisa Benfati Paini, Irene Berlingò, Anna Maria Mandillo e un documento delle Associazioni ambientaliste aiutano, poi, a cavarsela nel nuovo labirinto normativo.
Nuovo codice e devolution, come orientarsi? Un libro e un convegno
Il turismo culturale in Italia raggiunge un fatturato annuo di 21 miliardi di euro. Tuttavia, a soli cinque mesi e mezzo dall'avvio della sperimentazione del nuovo Codice dei beni culturali e del paesaggio, il governo ha introdotto un doppio condono edilizio e una legge Finanziaria che sembrano snaturare il paesaggio e ridurre i fondi alle Soprintendenze. Il ministro Siniscalco definisce il patrimonio storico-artistico italiano come "anomalia italiana" e il Codice come un tentativo di armonizzare le funzioni di Stato e Regioni. Tuttavia, la devolution avanza e il Codice sembra essere messo in discussione.
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