Dalle prime carte dell'Unità d'Italia ai «resti» di Matteotti ai documenti del '68 rimasti fuori. Nella struttura a Portonaccio non c'è più posto per conservare il materiale della nostra storia L'Archivio di Stato di Roma occupa degli ex magazzini che costano 750mila euro di affitto. 23 chilometri di scaffalature che non bastano più a contenere la nostra storia. Tutto il 68, per esempio, è rimasto fuori ROMA. Portonaccio, via Galla Placidia 93 a Roma, proprio dove è la rampa per la A24. La sede distaccata dell'Archivio di Stato di Roma occupa degli ex magazzini che costano 750.000 euro di affitto. 23 chilometri di scaffalature che non bastano più a contenere la nostra storia. I11968, per esempio, i quaranta anni sono trascorsi e le carte dell'epoca dovrebbero essere già negli archivi ma non c'è posto. Con le caserme vuote, il patrimonio del Demanio e quello del comune, si chiedono gli archivisti, ha senso pagare quello sproposito di affitto per una sede che non basta più? Stiamo per entrare nell'anno delle celebrazione del 150 dell'unità d'Italia ma l'archivio di Roma capitale rischia di chiudere. Non c'è solo il problema della sede c'è anche quello dei tagli al funzionamento ordinario che «ci costringerà - spiega il direttore degli archivi romani Eugenio Lo Sardo - alla chiusura delle sale di consultazione». Eppure la gran parte dei fascicoli riposti nei 23 chilometri raccontano proprio Roma capitale. Le prime carte risalgono al 1870, quando prefettura e questura furono incaricate del passaggio dallo Stato pontificio allo stato unitario. Ci sono gli archivi del distretto militare e le visure catastali. L'ultimo lascito è stato fatto dalla Digos una decina di anni fa. I romani vengono qui per scoprire la propria storia, per finalità pratiche, nel caso delle visure, o per memoria: i mille nomi scolpiti a San Lorenzo che oggi ricordano i bombardamenti del 1943 sono stati trovati qui. «Soprattutto donne, anziani e bambini - racconta Augusto Pompeo, archivista in pensione e docente di archivistica contemporanea - perché gli uomini erano al lavoro, parenti venivano qui a vedere quelle terribili fotografie per cercare di riconoscere i loro cari». Fra le chicche del patrimonio fotografico c'è uno scatto che ritrae il celebre gobbo del Quarticciolo , Giuseppe Albano, a 17 anni, vestito da gangster impugna una pistola e punta contro un suo amico, Bruno Taverna, accanto a lui un poliziotto, pure amico suo. La fotografa Simona Granati si emoziona nel vedere una foto di gruppo davanti alla sede del Pnf, sempre al Quarticciolo. In quello stesso posto, sopra quel portone, dopo la targa del partito fascista c'è stata quella del Pci e, ora, c'è un centro sociale. Pompeo ci fa da guida: «Abbiamo - mostra - il foglio matricolare di Enrico Toti». Nel settore C8, invece, c'è la storia dei sorvegliati politici, ormai quasi completamente informatizzata e consultabile via computer. Fu Francesco Crispi a creare il casellario politico centrale poi rafforzato durante il Ventennio. Durante il fascismo gli schedati erano 3500, venivano prelevati in occasione delle adunate o delle visite di capi di Stato stranieri, perché non gli saltasse in mente di dare fastidio. «Il casellario - chiosa Pompeo - è durato, chissà perché, fino al 1950». La dirigente Marina Pieretti, Manola Venzo e Elvira Grantaliano, che è la «risorgimentale» del gruppo, quella che di solito sta china sulle carte della Repubblica romana, portano religiosamente una sconnessa cassettina di laboratorio: contiene i vetrini con il sangue di Giacomo Matteotti. Il cadavere del martire antifascista fu trovato in condizioni tali da non poter essere identificato. Gli atti del processo sono qui, «fu l'odontoiatra, in realtà, a portare alla identificazione certa». Ci sono le foto della macchina del rapimento e i disegni della giacca su cui i periti riportarono la traiettoria della coltellata fatale. I processi celebri sono la ricchezza dell'archivio di Stato di Roma ma nascosta in queste carte c'è anche quella che Eric Hobsbown chiamerebbe storia di gente comune. Una ce la racconta Luca Salvetti, 39 anni, archivista disoccupato ma occupatissimo. L'archivistica è un virus che, una volta contratto, non ti lascia più, e Luca viene ogni giorno, anche se da tempo non ci sono i soldi per i co.co.pro. «Maggio 1898, commercianti e artigiani si ribellano per l'aumento delle tasse. Il concentramento è al Campidoglio, si uniscono anarchici e socialisti. Viene bruciato il tricolore. Il corteo parte verso piazza Navona, dove era allora il ministero dell'Interno, a Palazzo Braschi, blindata». Sembra di sentire cronache recenti sulla zona rossa. «La folla preme per entrare. I primi a caricare sono i carabinieri, poi entra la fanteria. C'è un tentativo da parte dei dimostranti di disarmare i soldati». La carica con sciabole e baionette farà una carneficina, moltissimi i feriti, alcuni, come l'ambulante Sabato Moscato, molto gravi. Sul selciato rimane Lamberto Ghezzi (che negli atti processuali diventa Ghezel), 17 anni, garzone di bottega. In un rapporto della Questura si racconta di una piccola processione dei familiari che portarono una croce sul luogo della morte, in vicolo della Pace. Croce - dice la Questura - prontamente rimossa. Ma in vicolo della Pace, sotto un tabernacolo votivo, c'è ancora, incastonata nel muro, una piccola inusuale croce. «Siamo le Petaccie tutte oramai pelate» Le collaborazioniste scrivono... Storie di gente comune, come gli anarchici, artigiani e operai edili che scrivevano i loro ingenui volantinio con la pozzolana romana dei cantieri: viva l'anarchia, viva Acciarito morte al re. Acciarito, di cui si conservano gli atti del processo, aveva attentato alla vita di Umberto I. La storia e la vita degli anarchici sarà oggetto di una mostra curata da Antonio Crialesi, Luca Saletti, Manola Ida Venzo e Augusto Pompeo, per il 150mo dell'unità d'Italia. È documentato che le donne anarchiche, come Violet Ghibson, venivano rinchiuse al manicomio di Santa Maria della Pietà. Scritture di donne è una collana curata insieme a Marina Caffiero della Sapienza, anche questa in difficoltà per i tagli incrociati di Beni culturali e ricerca. Storie di suore e di nobili. Storie di assassine e di celebri processi. Storie di collaborazioniste o presunte tali internate dopo la Liberazione, nel 1945. Di una di loro, che aderì alla Rsi e fu internata in un campo di Brescia (gli archivisti per motivi di privacy ne celano il nome) ci resta una "canzonetta strafottente» datata 7 giugno 1945 e probabilmente composta insieme alle compagne di internamento, «Petaccie ci hanno battezzate», interessantissima e commovente testimonianza "dalla parte sbagliata": Gli uommini non ci vogliono più benePerché tutte oramai pelate Perché Petaccie ci hanno battezzateE per le spie ci sono le cateneL'amore con le internate non convieneMeglio una donna che non ha bandieraMa che abbia la capigliatura interaUna che non ha sangue nelle veneCe ne freghiamo dell'internamentoCe ne freghiamo della rapaturaTanto i capelli ricrescerannoForza ragazze: cantiamo tutte insiemeMeglio pelate che volta bandiera.