Era davvero tutta campagna, la cementificazione selvaggia era qualcosa di fantascientifico, forse poteva abitare in qualche racconto particolarmente catastrofista sul futuro dell'umanità, opera di un Giulio Verne. I prati, come le fanciulle, erano in fiore e incontaminati: se le strade non conoscevano l'asfalto, il primo sacchetto di plastica indecomponibile sarebbe comparso solo un paio di guerre mondiali dopo (e, anche quelle, nessuno se le aspettava). Il progresso, il moderno, il nuovo abitano tutti all'interno della città murata, fuori c'è il paesone, con i carri, la gente che indossa gli abiti comodi del lavoro e si muove a dorso di mulo o sul carretto. Entrare nello Spazio Pifferi di via Diaz, fino al 24 dicembre, significa compiere un viaggio nel passato di Como, neppure nella memoria perché le immagini in mostra, una selezione dell'ultimo volume pubblicato dal fotografo - editore, raccontano quella «Como nell'800» che nessuno, vivente, ha vissuto, quella di cartoline color seppia, di foto sgranate e antiche che ci restituiscono le immagini degli antenati e di una città che stava cambiando. Il confronto con l'attualità offre diversi spunti di riflessione. In un'immagine impressionata all'imbocco di via Plinio si vede la casa che, ora, ospita la farmacia e che allora, era sede del caffè ristorante Sbodio: ebbene, la parete dell'edificio adiacente, evidentemente demolito in seguito per fare spazio a quello che ospiterà i magazzini Mantovani, era interamente occupata da un'enorme pianta della città, a uso turistico. Dall'altra parte, all'imbocco dei portici, gli orari dei treni e della funicolare, per non costringere i turisti a recarsi fino alle rispettive stazioni per conoscerli. Certo: il Terzo Millennio ci offre applicazioni per l'i-Pad e per il cellulare che rispondono a ogni nostra esigenza ma questo economico esempio di semplicità sarebbe da prendere a modello. Quanto è cambiata la città? In certi punti è irriconoscibile: una foto di piazza Volta ci mostra il monumento all'illustre scienziato in uno scenario totalmente difforme da quello attuale. Il Garibaldi di piazza Vittoria, si sa, era altrove e mirava la San Fermo della sua battaglia invece di fissare un punto indefinito tra le strisce pedonali dopo essere stato ricollocato con le spalle allo stabile che impedisce all'eroe dei due mondi di gettare lo sguardo al di là (ed è storia già più recente visto che risale al 1909). Colpiscono i continui mutamenti di piazza Cavour, segno che la città, come una nobildonna annoiata, ha continuato a cambiare l'arredamento e la disposizione del suo "salotto buono" da quando ha rinunciato al porto che il lago, esondando ogni possibile muro, talora ci restituisce. E poi c'era la Cortesella, oggi inimmaginabile più che irriconoscibile dopo essere stata quasi totalmente rasa al suolo ma basta uscire dalla cerchia muraria, ad esempio per osservare piazza Cacciatori delle Alpi, per accorgersi di quelli che erano i confini, assai più stretti, della città. E poi ci siamo noi o, meglio, loro: i comaschi, visi seri, di gente che non ha tempo da perdere, che si affretta per le vie senza concedersi troppo al fotografo. Ci sono più di cinquecento riproduzioni nel volume, almeno metà delle quali con i volti e i corpi dei nostri bisavoli, e nessuno mai sorride. Forse non si usava oppure ha ragione chi sostiene che una certa chiusa ombrosità appartenga al nostro codice genetico. La neve ci rende uguali a loro, ricopriva le case e le cose, lieve lieve, e ancora cade, su tutti i vivi, su tutti i morti.