Protagonisti delle Cinque giornate e del boom economico Aperte le sale. Percorsi ipertecnologici e foto d'epoca Moderno e antico. Visitatori al museo dotato delle più moderne tecnologie Una storia legata a doppio filo con questa città. Un nome che sa tanto di milanesità: martinitt. Saliti i gradini ottocenteschi del museo, al numero 57 di corso Magenta, a due passi dal Cenacolo di Leonardo, si arriva dentro un percorso multimediale dove è raccontata la storia dei martinitt. Così venivano chiamati i bambini orfani ricoverati in un istituto di carità vicino alla chiesa di San Martino (oggi scomparsa, era tra le vie Manzoni e Morone), da qui il nome di Martinitt, e delle Stelline, il corrispettivo al femminile. Dalla sua fondazione, ad opera di San Girolamo Emiliani, cinque secoli fa, l'istituzione ha camminato parallela con la storia di Milano. Fino al 1861, data di nascita dell'Italia, quando le due realtà si uniscono. E da qui che parte il viaggio nel museo. Immagini mandate in loop sulla rampa delle scale ricreano i passi rapidi dei martinitt: sono silhouettes in cui si riconoscono il loro cappello con visiera e la divisa da lavoro. Uno di loro, Giuseppe Sartorio, «si racconta» nella prima sala: basta sfiorare con le dita il monitor per scoprire l'anno di ammissione tra i martinitt, il 1884 (potevano essere ammessi in istituto una volta compiuti i 7 anni e mai dopo i 10), e di dimissione, nel 1894. «Ma non si usciva dall'orfanotrofio senza aver prima imparato un mestiere», ricorda Cristina Cenedella, direttrice del museo. Intorno alla metà dell'800, Milano si riempie di industrie dedite alla meccanica, nascono l'Elvetica (poi divenuta la Breda), a Porta Romana la fabbrica di bottoni Binda e la Manifattura Tabacchi. E i martinitt sono richiestissimi, anche per le situazioni più rischiose. Come nel 1848 quando diventano protagonisti delle Cinque giornate. L'idea, di Enrico Cernuschi, tra i benefattori dell'istituto, è di utilizzarli in qualità di staffette tra un punto di difesa e l'altro. Storie di eroi per caso studiate nelle materie scolastiche, tra Diritti e doveri, calligrafia e geografia, già nelle Elementari. Nella terza sala è stata ricostruita una IV, del 1872-73. Sui banchi, al posto del calamaio, ci sono due pulsanti, verde e rosso, a seconda delle risposte da dare ad un maestro virtuale. Sulle pareti della classe una foto di fine '800 con la banda dei martinitt. «La banda esiste ancora oggi, all'interno del Conservatorio, e ne fece parte Pietro Corio, ex martinitt, divenuto un protagonista della musica milanese», ricorda la direttrice, mentre ci accompagna, superata la Biblioteca (con un e-book gigante di Emilio De Marchi, i cui scritti furono pensati e scritti appositamente per i martinitt), nella sala dei personaggi. Molti di loro ce l'hanno fatta. Lo raccontano le immagini d'epoca da cui spuntano le vite di Angelo Rizzoli, il fondatore dell'omonima casa editrice, o di Edoardo Bianchi, quello delle biciclette. Al secondo piano, a fianco della sala delle Stelline, dedite ai «lavori donneschi», si susseguono su maxi-schermo immagini di repertorio di Milano e delle sue fabbriche. Ecco piazza del Duomo, con i tram che girano intorno alla statua di Vittorio Emanuele II; non c'è ancora l'Arengario e, nell'Arena, in occasione dell'Expo, le mongolfiere si alzano in volo. All'Esposizione universale del 1894, i martinitt parteciparono in massa, portando i loro prodotti, elaborati in aziende come la Brill, Breda e tante altre. Nella bacheca dei bigliettini da visita, ce n'è uno in cui si legge: «Acquistato da Sua Maestà il Re». L'integrazione sociale è conclusa, così come in questo viaggio nella Milano della solidarietà.