L'appello all'Udc era firmato nella veste di coordinatore del Pdl, ma per Sandro Bondi la questione investe anche il suo ruolo di ministro. «Casini - ha scritto sul Giornale di ieri - può giocare un ruolo storico molto importante, a patto tuttavia che si dimostri capace di giocare con intelligenza non solo sul piano strettamente politico e tattico, ma soprattutto su quello dei contenuti e delle scelte programmatiche di contenuto riformatore». L'invito era lo stesso delle ultime settimane: il leader dell'Udc appoggi il governo. Negli ultimi giorni però l'appello ha assunto un rilievo particolare proprio per Bondi, visto che alla riapertura delle Camere si discuterà la mozione di sfiducia nei suoi confronti. Benché Berlusconi assicuri che il governo andrà avanti, che la maggioranza è solida e che nuovi parlamentari sono in arrivo a sostenerlo, la mozione contro il ministro dei Beni culturali sarà un nuovo passaggio cruciale per l'esecutivo. È stata presentata da Pd e Idv, ma è più che probabile che venga votata anche da Fli, Udc e Api. Inoltre, più di un osservatore ritiene che la maggioranza potrebbe non presentarsi compatta. L'incidente, più che dai nuovi arrivati, potrebbe essere provocato dagli scontenti del Pdl e del modo in cui viene gestito dai coordinatori. Si tratterebbe di una caduta fragorosa per il governo, che certo non è in condizione di permettersela. In questo contesto, dunque, va inserito il pressing sempre più insistente nei confronti di Casini, il quale però non mostra la benché minima intenzione di fare scelte diverse da quelle di Fli e Api. Una situazione chiarissima anche al presidente del Consiglio, che infatti - secondo le indiscrezioni e alla luce di alcuni segnali - starebbe valutando l'exit strategy per garantirsi un altro po' di tempo a Palazzo Chigi: le dimissioni Bondi. Il primo a dare voce ai rumors è stato il Giornale di venerdì, che scriveva: «All'amarezza per essere al centro di una campagna stampa negativa e immeritata, si unisce la certezza che la mozione di sfiducia contro di lui, rinviata a dopo le feste, si dibatterà in un clima troppo partigiano. La situazione politica è ingarbugliata. Il ministro è tentato di risolverla in prima persona, con un taglio netto, tornando a tempo pieno al partito». Bondi non ha smentito. Ma il segnale più forte, notato da tutti e al centro anche di un articolo del Corriere della Sera di ieri, è stato il silenzio di Berlusconi durante la conferenza stampa di fine anno. In quella sede il premier ha confermato la sua fiducia alle ministre "ribelli" Mara Carfagna e Stefania Prestigiacomo, ma non ha speso una parola per il titolare dei Beni culturali, nei guai per una "parentopoli" ministeriale oltre che per i crolli di Pompei. In più l'uscita di Bondi dal ministero libererebbe una poltrona di governo, che in tempi di trattative per allargare la maggioranza potrebbe tornare parecchio utile. Non lo sarebbe invece una nuova conta dopo quella, superata per il rotto della cuffia, del 14 dicembre. Del resto il ministro dei Beni culturali non sarebbe il primo esponente di governo a dover fare un passo indietro in nome, più che delle proprie responsabilità, della sopravvivenza dell'esecutivo. Da Cosentino a Scajola, passando per Brancher i precedenti non mancano.