il piano di gentile cusa per catania. a fianco, paolo la greca L'Italia è irrisolta - a 150 anni dall'Unità - anche dentro le città e sul territorio. L'urbanista Paolo La Greca, direttore del Dipartimento di architettura dell'Università di Catania, cita una scena di «Noi credevamo», l'ultimo film di Mario Martone: «Una casa abusiva nel Cilento, con i pilastri di cemento armato e i ferri di ripresa lasciati fuori, un'immagine apparentemente anacronistica rispetto al contesto, ma in realtà metafora di una nazione incompiuta già nelle fondamenta, e di un'Unità d'Italia che per il Sud ha avuto più il significato di un'annessione che di un processo legato alla partecipazione popolare». Ma cosa avviene, dal punto di vista della pianificazione urbanistica e territoriale, nei primi anni dell'unificazione? «Dobbiamo tener conto innanzitutto che l'Italia che si affaccia all'Unità vive una condizione di grande ruralità ma al contempo ha un capitalismo agricolo che tenta di diventare industriale. Quindi lo Stato unitario si trova subito a dover organizzare una nazione vocata tendenzialmente a un sistema liberista, di mercato, ma con una forte contraddizione tra agricoltura e industria. In questo quadro avvengono i primi interventi. Lo Stato unitario cerca di organizzarsi. E' del 1865, quando la capitale è ancora Firenze, la prima rilevante riforma dell'amministrazione del Regno. E all'interno di questa riforma abbiamo la prima legge urbanistica, che essenzialmente è una legge sugli espropri per le opere di pubblica utilità, a dimostrare subito che uno dei maggiori problemi dell'Italia, particolarmente evidente nel confronto con altre realtà europee, è quello del regime dei suoli, un problema tuttora irrisolto. Lo Stato dunque da una parte riorganizza l'azione amministrativa, a livello centrale e locale, e dall'altra si muove verso la pianificazione di settore, per le grandi infrastrutture, le vie di comunicazione, manifestando in maniera decisa e netta la propria presenza». E c'è già un'attenzione significativa verso il Sud? «Sì, perché il dibattito sulla politica del territorio coinvolge fatalmente la questione meridionale. Si affaccia alla ribalta nazionale il famoso studio di Franchetti e Sonnino, ma sono protagonisti del dibattito sulla questione meridionale anche Pasquale Villari e Giustino Fortunato, napoletano l'uno e lucano l'altro, che guardano al tema della riorganizzazione del territorio, e quindi anche della riorganizzazione delle città, in una prospettiva del tutto nuova». Città e territorio, in campo nazionale, hanno lo stesso rilievo? «Sono temi paralleli. Da un lato la trasformazione delle città, e dall'altro la cura, l'infrastrutturazione, il disegno del territorio. Ma lo Stato unitario ha necessità di intervenire prioritariamente nelle città, e il territorio rimane sullo sfondo, se non per alcune eccezioni - come le Puglie, il Tavoliere - e per il sistema dei trasporti. Il primo grande piano è quello di Giuseppe Poggi per Firenze, che come capitale ha bisogno di alcune trasformazioni. Poi, dopo la presa di Porta Pia e il trasferimento della capitale, è Roma ad avere grossi interventi: il primo sventramento nelle città italiane è quello del quartiere Rinascimento, oggi corso Vittorio Emanuele, appunto a Roma. Milano, nel 1885, ha il piano Beruto. E Torino si trova in una condizione speciale: perde la capitale, ma dallo Stato sabaudo riceve attenzioni speciali, e recupera importanza divenendo il motore dell'industrializzazione, all'interno di quel rapporto controverso, cui accennavo prima, tra agricoltura e industria». E il Sud? «Il tema del Sud è centrale, ma chiaramente per motivi ben diversi. Nel 1884 in evidenza sulla scena nazionale c'è Napoli, ma a causa della grande epidemia di colera. Ed ecco che nel 1885 arriva la nuova legge urbanistica, la cosiddetta Legge di Napoli, che ancora una volta è una legge sugli espropri, perché è necessario bonificare e dunque acquisire suoli per uso pubblico. Nelle città meridionali la Legge di Napoli dà la stura a una serie di importanti programmi, sotto il nome di piani di risanamento e ampliamento. Catania, nel 1888, ha il piano di Gentile Cusa, con cui si realizzano l'Asse dei viali e via Umberto, e si organizza in qualche modo la città moderna. Palermo, proprio nel 1885, ha il piano Giarrusso. Bari ha il piano Calì, nel 1887. Messina avrà il piano Borzì, dopo il terremoto del 1908. E nel complesso vediamo che il Meridione segue la modernizzazione del Paese, ma è oggetto di osservazione e attenzione soprattutto per condizioni di emergenza. D'altro canto lo Stato unitario interviene nel Meridione anche in maniera dannosa: gli ingegneri per così dire sabaudi fanno una lettura sostanzialmente errata del territorio meridionale, ritenendo di poter applicare in questo contesto le capacità che avevano acquisito con le bonifiche della pianura padana. La grande sapienza locale acquisita dagli ingegneri borbonici - cito per tutti il famoso Afan de Rivera - con il sistema dei Regi Lagni, che è il sistema della canalizzazione dell'area vesuviana, viene tralasciata, in quanto ritenuta poco aderente alle nuove tecniche delle briglie, delle grandi dighe, delle sistemazioni idrauliche studiate dagli ingegneri lombardi e piemontesi. E forse dissesti geologici come la frana di Sarno nascono proprio da questa errata lettura del territorio». Avviene insomma una sorta di colonizzazione, almeno in senso tecnico. «C'è di sicuro uno scollamento tra intervento nazionale e sapere locale. Nei fatti è una forma di annessione». Sono comunque interventi, anche se sbagliati, rivolti al territorio, oltre che alle città. «E' vero, ma solo nel ventennio fascista si arriva a un interesse veramente ampio per il territorio. La politica del fascismo, almeno nella prima fase, è orientata al mondo rurale. Ed è proprio in quel periodo che vedono la luce due strumenti importantissimi. Nel 1939, con la legge Bottai, il paesaggio è per la prima volta grande protagonista: proprio la predilezione del fascismo per il mondo rurale porta a un interesse per il paesaggio agrario e quindi anche per il paesaggio in generale. E del 1942 è quella che ancora oggi è la legge urbanistica fondamentale in Italia. Queste due normative, una rivolta al territorio e una rivolta alle città, sono un lascito importante del fascismo». Un'eredità positiva nonostante tutto? «Assolutamente positiva, ma attuata soltanto a partire dagli anni Sessanta. Alla base di queste norme c'è una concezione razionalista, da cui deriva un'idea compiuta di città. Ma cosa succede in Italia? Dopo la guerra, i bombardamenti, le devastazioni, c'è l'emergenza della ricostruzione. Perciò il concetto della città razionale, qualitativamente valida, contenuto nella legge di epoca fascista, viene messo da parte, e si va avanti con i piani di ricostruzione, che determinano un sovraccarico enorme, drammatico, in termini di edilizia residenziale. Per fare una carrellata rapidissima, possiamo dire che si inquadrano in questa situazione due grandi disastri del 1966: la frana di Agrigento e l'alluvione di Firenze. Ancora una volta, ecco l'emergenza. La frana di Agrigento determina la nascita di una legge, la 765, la cosiddetta Legge ponte: ponte verso una nuova riforma urbanistica che ancora attendiamo. E dopo l'alluvione di Firenze viene istituita la Commissione De Marchi, che deve farsi carico del problema dei dissesti territoriali. E' con questi due momenti che città e territorio acquistano finalmente pari dignità». Ma ancora oggi rincorriamo le emergenze. «In questo senso abbiamo un'Italia incompiuta, ben raffigurata da quella scena del film di Martone. Insieme con la mancanza di una legge seria che riguardi le città c'è la mancanza di una capacità di governo del territorio in senso lato, cioè di una capacità di controllare il sistema idrogeologico, i rischi di frana, i rischi sismici, pur con tutte le difficoltà dovute a risorse limitate». E in Sicilia non va meglio, sebbene la Regione abbia competenza primaria su queste materie. Ovvero i ritardi, l'incompiutezza, non dipendono soltanto dallo Stato centrale. «Anche questo è un punto saliente. Con lo Statuto, la Sicilia diventa la prima regione italiana ad avere potestà esclusiva sulle città e sul territorio, ma questa potestà viene sistematicamente accantonata, non utilizzata. Avremmo potuto dotarci di una legge urbanistica d'avanguardia, di leggi adeguate a tutela del territorio, e non l'abbiamo fatto. Sostanzialmente la legislazione siciliana non ha fatto che rincorrere la legislazione nazionale. E anche certe eccezioni non sono arrivate a buon fine. Prendiamo il caso delle province. Con la legge regionale del 1986, che anticipa di 4 anni la legge nazionale, non viene assegnata alle province in Sicilia una vera capacità di gestione del territorio, cosa che invece la legge nazionale farà. Come a dire che anche quando abbiamo cercato di anticipare dei processi lo abbiamo fatto male. Auguriamoci che almeno ora, nella ricorrenza dei 150 anni di unità nazionale, venga finalmente emanata la nuova legge per il governo del territorio in Sicilia». 28122010