La Milano di Denis Santachiara "È malata di provincialismo" "La sfida è trasportare linnovazione dentro ai progetti made in Italy e farla diventare qualcosa di poetico attraverso gli oggetti" I suoi oggetti sono esposti al Moma di New York, al Louvre di Parigi piuttosto che al museo di Arte moderna di Tokyo. Lavora con nomi come Artemide, Bang-Olufsen, Fiat, Rosenthal, Vitra o Superga. Denis Santachiara, classe 1950, emiliano trapiantato a Milano, per il 2011 già un compito importante. «Realizzerò una mostra in piazza Duomo, un progetto per i 50 anni del Cosmit, lente che organizza il Salone del mobile ad aprile - racconta - Sintitolerà "Principia. Stanze e sostanze delle arti prossime" e indagherà i principi scientifici che sottendono la tecnologia». Bilancio del 2010 che se ne va? «Non molto positivo per il sistema del design con cui lavoro. Ho a che fare da molti anni con aziende e clienti che ora hanno problemi che prima non avevano. Economici, certo, ma in senso ampio». Ci spiega perché? «Con la crisi economica si è persa la voglia di fare, di azzardare, di pensare al futuro. Cè una stagnazione di linguaggio che nel 2010 si è fatta più evidente, con poco desiderio di sperimentare nuove idee e un girare intorno a ciò che è stato fatto. Quindi, alla fine, si vedono molti oggetti simili, per non dire copiati, tendenze che non sono tendenze ma ripetizioni. Una volta si chiedeva: "Hai qualcosa di originale da portare al Salone?", oggi si chiede: "Hai qualcosa di semplice e furbo da portare al Salone?". E il creativo, che lavora in stretta sinergia con il mondo industriale, ne sente le conseguenze. Ma un aspetto positivo di questa situazione è il fatto che si è spinti a cercare nuove strade, più interessanti e innovative». Milano nel 2010 comè stata? «Milano interpreta bene questa situazione, è emblematica. Mi sembra molto stagnante. Le iniziative che fa sono sempre in qualche modo problematiche, riescono e non riescono. Soffre di provincialismo, come se non fosse cosciente di avere intorno a sé la gran parte del made in Italy, nel design e nella moda, e di esserne la capitale. Il design italiano, famoso o no, è ancora molto considerato in tutto il mondo, lo si tocca con mano. È come quando da noi negli anni 80 arrivava il jazzista di New York. Davamo per scontato che fosse bravo anche se era un cane. Caspita, veniva da New York! Noi siamo come quel jazzista, siamo ancora al posto donore. Ma altri soggetti avanzano, in termini di nuovi linguaggi, non solo di numeri. Inglesi, francesi, olandesi, giovani e bravi. E fuori dallEuropa coreani e cinesi». In che modo imposterà il suo lavoro nel 2011? «Il mio interesse per il futuro prossimo si è spostato molto sui centri di ricerca che lavorano con lindustria, sia italiani che europei. Lidea, che ho già cominciato a sviluppare, è prendere linnovazione, lì dove avviene, trasportarla allinterno del design e farla diventare qualche cosa di poetico attraverso gli oggetti». Può fare qualche esempio? «Se le tecnologie trovano il modo di creare un tessuto che si illumina, questo materiale innovativo lo uso per un prodotto, proponendolo ai clienti. Oppure la stessa cosa posso farla con del cartone riciclato che ha la struttura meccanica e le caratteristiche di plastica, legno, metallo. E oltre i materiali, ci sono i processi. Le macchine a controllo numerico, per esempio, in grado di proporre forme che prima non si riuscivano a fare. Lavoro da un paio danni con la stereolitografia, cioè macchinari che trasformano in tridimensionale i disegni e realizzano gli oggetti. Per cui si possono fare prodotti, fino alle dimensioni di una sedia tanto per capirci, senza una fabbrica alle spalle, man mano che vengono richiesti e, volendo, personalizzati. Sono mondi che si aprono. Lidea è quella di smetterla di stare in un ambiente che si sta saturando guardandosi sempre addosso e cercare nuovi valori e contenuti da includere nelloggetto che vadano oltre la bella forma e le tendenze di sei mesi. Cerco maggior profondità. È molto interessante ma impegnativo». Ci può dire qualcosa di più della mostra per il Cosmit? «Non sarà una mostra sul design, larte, o larchitettura, ma di che cosa potrebbero alimentarsi design, arte e architettura. In un padiglione di circa 700 metri quadrati ci saranno cose da guardare, da toccare, si vedranno i processi. E lo spirito di fondo sarà proprio questo: utilizzare le scoperte della tecnologia e trasportarle nel mondo della creatività per realizzare oggetti concreti. La tecnologia deve avere un uso più ampio dellhigh-tech che si è visto fino ad ora nel design, estetico e concettuale. Per esempio, non deve essere necessariamente palese. È come un gioco di prestigio: la tecnologia cè e godo delle sue performance ma non la vedo. Sarò presuntuoso, ma chiunque faccia qualcosa di creativo in questa mostra dovrà metterci il naso».
MILANO - "La crisi soffoca il design ma la creatività vive con le nuove tecnologie"
Denis Santachiara, designer emiliano trapiantato a Milano, discute sulla sua esperienza nel settore del design. Lui e il suo lavoro sono esposti al Moma di New York, al Louvre di Parigi e al museo di Arte moderna di Tokyo, piuttosto che al museo di Arte moderna di Milano. Il suo lavoro è stato influenzato dalla crisi economica, che ha portato a una stagnazione del linguaggio e a un girare intorno a ciò che è stato fatto. Ciò ha portato a una ripetizione di tendenze e a una mancanza di innovazione. Santachiara cerca di superare questo ostacolo lavorando con tecnologie avanzate e cercando nuove strade per il design.
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