Quasi 900 i luoghi «adottati» dall'Unesco nel mondo Nell'era della globalizzazione ci si chiede se le opere d'arte appartengano solo allo Stato in cui sono state create. E a chi spetti conservarle e farle fruire È giusto che i reperti delle tombe egizie siano esposti in permanenza a Torino e Londra? Le opere d'arte sono proprietà dello Stato in cui sono state create o dell'umanità intera? E' giusto che i reperti archeologici rinvenuti nelle antiche tombe egizie siano esposti in permanenza nei musei di Torino e di Londra? La Grecia ha diritto di chiedere all'Inghilterra la restituzione dei fregi del Partenone? La cultura è il fondamento di ogni identità. E non è vero che non produce economia, che «non si mangia» con la cultura. Oggi, più che mai, sta muovendo enormi interessi anche in termini di pil - prodotto interno lordo - e di benessere sociale. Nell'epoca della globalizzazione gli interrogativi sulla conservazione dei beni culturali diventano sempre più motivo di dibattito. Le riflessioni sulla fruizione delle opere d'arte è da moltissimo tempo al centro d'interventi internazionali. Già nel 1945, infatti, con la nascita dell'Unesco (dall' acronimo inglese United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) è stato affrontato il problema della loro conservazione. Per dare ordine alla complessa materia la Conferenza generale dell'Unesco ha adottato, il 16 novembre 1972, la Convenzione sul Patrimonio dell'Umanità allo scopo di creare la lista di quei siti particolarmente eccezionali per valori culturali o naturali. IL PRIMATO DELL'ITALIA. L'ultimo aggiornamento della lista è stato fatto dal Comitato nel giugno 2009 indicando 890 siti di cui 689 di beni culturali, 176 naturali e 25 misti. L'Italia ne detiene il primato con 44, seguita da Spagna (42) e Cina (40). La prossima riunione del Comitato dovrà prendere atto dei "new entry" che ha portato il totale a 911, senza peraltro intaccare il primato italiano. E altre località italiane potrebbero essere prese in considerazione. Ma non il comprensorio del lago di Garda. Gli esperti dell'Unesco, invitati pochi anni fa sulle sponde gardesane da alcuni gruppi associativi al fine di considerare l'opportunità d'inserire il territorio benacense nella prestigiosa lista, dopo la visita hanno dichiaro: «Qui non c'è più nulla da salvare». Sono, infatti, scomparse quasi tutte le antiche limonaie che caratterizzavano la sponda occidentale. E molte colline sono state brutalmente cementizzate; così sta avvenendo anche a Gardone Riviera. Esistono però ancora luoghi di grande pregio: dall'Isola del Garda al Parco naturalistico-paesaggistico del Monte Baldo. Per non dire di alcuni centri storici, sia della sponda veronese, sia di quella bresciana, a cominciare dalla penisola di Sirmione. Al riconoscimento Unesco aspira anche la città di Brescia con il suo complesso archeologico, il Monastero di San Salvatore-Santa Giulia e gli antichi palazzi, tutto un patrimonio da salvare e da valorizzare. L'impegno dell'Unesco, in questo ambito, è stato rilevante. Basti pensare che nel 1999 i siti catalogati erano solamente 478. L'inclusione (o la cancellazione) dall'elenco non è decisa dai singoli Stati ma dall' Unesco medesimo secondo criteri prefissati. Gli Stati, dal canto loro, devono garantire la protezione, l'accessibilità e la gestione dei siti dichiarati Patrimonio dell'umanità, come non sempre avviene; il caso più clamoroso è quello di Pompei. La perdita del «marchio» Unesco comporta un grave danno economico. Poter scrivere su un depliant che il tale luogo fa parte del «world heritage», favorisce l'aumento il flusso turistico di un buon trenta per cento. Si tratta di un vantaggio che, come sempre, presenta lati negativi. Innanzi tutto rende i luoghi appetibili alla speculazione edilizia proprio per le caratteristiche di bellezza paesaggistica e storica evidenziate dall'Unesco. Inoltre l'aumento del flusso turistico non sempre è un bene per la conservazione. VENDITE ILLECITE Il vincolo internazionale non è tuttavia spesso bastato a garantire la difesa e la fruizione delle opere d'arte. Lo scrivono gli studiosi di varie discipline che hanno dato vita con i loro contributi al volume edito dal Mulino, La globalizzazione dei beni culturali, curato da Lorenzo Casini, professore di Diritto dei beni culturali alla Sapienza di Roma. Il mercato globalizzato ha facilitato l'incremento delle vendite, spesso illecite, di oggetti antichi. Lo si è constatato, ad esempio alla mostra Nostoi. Capolavori ritrovati, allestita nel dicembre 2007 al Palazzo del Quirinale in cui sono stati esposti 68 reperti archeologici trafugati clandestinamente dall'Italia ed esportati contro legge. Il loro recupero è avvenuto dopo processi e negoziati con i grandi musei, soprattutto degli Stati Uniti, dove le opere erano custodite. La dimensione globale dei beni culturali, tuttavia - osserva Lorenzo Casini - «non si limita alle opere d'arte, o alle cose d'interesse storico e archeologico, ma riguarda ormai anche le stesse istituzioni che le custodiscono, e soprattutto i musei. Basti citare, ad esempio, l'accordo siglato nel 2006 fra la città di Abu Dhabi e la Guggenheim Foundation per la costruzione di un nuovo museo da realizzare nella capitale degli Emirati Arabi Uniti. Questa operazione rappresenta l'ultimo di una serie di tentativi di "espansione"- invero non tutti felicemente riusciti come nel caso della seconda sede di New York a Soho - intrapresi da quello che è stato definito il primo esperimento di "museo globale": il Guggenheim». CRESCENTE DOMANDA. La «delocalizzazione» dei musei è strettamente collegata alla crescente domanda di cultura che si registra in tutto il mondo. Nel 2008, ad esempio, il Louvre di Parigi è stato visitato da 8 milioni e mezzo di persone (di cui solo un terzo francese). Nel 2001 i visitatori erano stati circa, 5 milioni: in sei-sette anni l'incremento è stato del 67. Ancor più significativo il dato relativo al British Museum di Londra: nel 2008, circa 6 milione di visitatori; nel 2002 appena 1 milione. I dati evidenziano un problema: come coniugare globalizzazione, tutela, gestione e valorizzazione dei beni culturali. La soluzione potrebbe essere un sistema di protezione mondiale, con regole fissate da un'organizzazione internazionale. Potrebbero venire così definite le norme riguardanti la circolazione dei beni, la conservazione e la restituzione, la delocalizzazione dei musei per far fronte alla crescente do- manda di cultura. Il tema riguarda non solamente i beni tradizionali, ma anche quelli di "nuova generazione": dall' ambiente a Internet. I siti accolti nella lista dell' Unesco - annota ancora Lorenzo Casini - «si caratterizzano per essere una testimonianza di civiltà non necessariamente ancorata ad una identità locale o nazionale». La stessa nascita dell'Unesco, creato a tutela del patrimonio culturale dell'umanità, conferma la vocazione internazionale dei beni culturali. Tale locuzione, del resto, è nata in un contesto assai ampio. Compare, infatti, per la prima volta nella Convenzione firmata all'Aia nel 1954. Esistono, tuttavia, anche patrimoni strettamente nazionali, elemento specifico d'identità. Ed ecco l'esigenza di evitare contrapposizioni conciliando gli interessi dei diritti dell' umanità intera con la protezione delle identità nazionali e il rispetto delle diversità culturali. Tutta questa materia è ora oggetto di un vasto dibattito al quale gli autori dei nove saggi accolti nel volume Globalizzazione dei beni culturali offrono, per la prima volta, un significativo contributo con testi articolati in tre aree tematiche: tutela internazionale, circolazione globale e fruizione universale. Già in passato, con le leggi del 1939, l'Italia è stata per lungo tempo un modello di tecnica giuridica imitato da molti Paesi. E ancora oggi l'Italia, con i suoi tesori, e con la lunga esperienza in vari ambiti culturali potrebbe diventare guida e sprone al mondo intero. Un impegno da onorare per mantenere un primato. In Italia i siti protetti sono 44 Sono 44 i siti italiani protetti dall'Unesco, dai siti rupestri alle Dolomiti. Eccoli con l'anno d'ingresso: 1979. Incisioni rupestri della Valle Camonica. 1980. Chiesa e convento domenicano di Santa Maria delle Grazie con l'Ultima Cena di Leonardo da Vinci (Milano). 1980-1990. Centro storico di Roma, le proprietà extraterritoriali della Santa Sede nella città e la basilica di San Paolo fuori le mura 1982. Centro storico di Firenze. 1987. Venezia e la sua Laguna; Piazza del Duomo di Pisa. 1990. Estensione del patrimoni di Roma ai beni compresi entro le mura di Urbano VIII; Centro storico di San Gimignano. 1993. Sassi di Matera. 1994-1996. Città di Vicenza e le Ville palladiane del Veneto. 1995. Centro storico di Siena; Centro storico di Napoli; Crespi d'Adda (1995). 1995-1999. Ferrara città del Rinascimento e delta del Po con le Delizie estensi 1996. Castel del Monte in Puglia; Trulli di Alberobello; Monumenti paleocristiani di Ravenna; Centro storico della città di Pienza. 1997. Palazzo reale del XVIII secolo di Caserta, con il Parco, l'Acquedotto Vanvitelli e il complesso di San Leucio; Residenze sabaude di Torino e dintorni; Orto botanico di Padova; Duomo, Torre civica e Piazza Grande di Modena; Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata; Villa romana del Casale presso Piazza Armerina; Villaggio nuragico di Barumini; Portovenere, le Cinque Terre e le isole di Palmaria, Tino e Tinetto; Costiera Amalfitana; Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento. 1998. Area archeologica e Basilica patriarcale di Aquileia; Centro storico di Urbino; Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano con il sito archeologico di Paestum e Velia, Roscigno Vecchia e la Certosa di Padula. 1999. Villa Adriana a Tivoli. 2000.Città di Verona; Isole Eolie; Assisi, la Basilica di San Francesco e altri siti Francescani. 2001. Villa d'Este a Tivoli. 2002. Città tardo barocche della Val di Noto - Sicilia sudorientale. 2003. Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia. 2004. Necropoli etrusche di Cerveteri e Tarquinia; Val d'Orcia - Siena (2004) 2005. Città di Siracusa e la necropoli di Pantalica. 2006. Le Strade Nuove e i Palazzi dei Rolli di Genova 2008. Mantova e Sabbioneta; Ferrovia retica nel paesaggio dell'Albula e del Bernina 2009. Dolomiti.