La Procura di Torre Annunziata ha aperto tre inchieste. In particolare la magistratura vuole verificare come siano stati impiegati i 79 milioni di euro spesi durante la gestione della Protezione civile Sulla gestione dell'area archeologica di Pompei e sulle eventuali responsabilità che hanno portato ai crolli, la Procura di Torre Annunziata vuole vederci chiaro. Le indagini della magistratura, al momento, sono tre. La prima riguarda la gestione del sito durante lo stato di emergenza deciso da Berlusconi nel luglio 2008 e durato fino al giugno 2010, che portò negli scavi commissari straordinari, deroghe e Protezione civile. L'inchiesta seguita dalla Guardia di finanza riguarda la gestione di Marcello Fiori, l'uomo di fiducia di Bertolaso alla guida di Pompei nell'ultimo anno di "emergenza" che, prima di dedicarsi all'archeologia, per conto della Protezione civile era stato a capo della Commissione di collaudo del termovalorizzatore di Acerra (Na). L'obiettivo della magistratura è verificare come siano stati impiegati i 79 milioni di euro spesi da Fiori nel suo anno alla guida di Pompei, tra l'altro ricorrendo quasi sempre alle procedure di urgenza. La Corte dei conti già dal mese di febbraio aveva chiesto di poter effettuare un controllo preventivo su quelle ordinanze. Ma la Presidenza del consiglio, da cui dipende il dipartimento della Protezione civile, aveva negato il controllo visto lo «stato di emergenza». I giudici contabili volevano capire come mai quel dipartimento - le cui attività sono «finalizzate alla tutela dell'integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell'ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, da catastrofi o da altri grandi eventi, che determinino situazioni di grave rischio», tali da giustificare la deroga alla normativa, e con competenza solo in caso di «calamità naturali, catastrofi o altri eventi che, per intensità ed estensione, debbono essere fronteggiati con mezzi e poteri straordinari» - si trovasse a gestire «opere di manutenzione straordinaria per consentire la piena fruizione dei beni archeologici» o «l'organizzazione dei servizi di guida ai turisti». La risposta del ministero dei Beni culturali non è tardata ad arrivare: «L'area archeologica insiste su una delle aree a maggior rischio vulcanico del mondo, per la quale esiste un piano nazionale di emergenza permanente, messo a punto dal dipartimento della Protezione civile, per mettere in sicurezza la popolazione e il territorio» e inoltre «il Vesuvio è un vulcano ancora attivo e pericoloso, per il quale è richiesto un costante monitoraggio atto a garantire l'adozione delle misure e degli interventi necessari a salvaguardare la vita e i beni esistenti nelle aree a rischio». Una precisazione che però non ha convinto la Corte dei conti che ad agosto ha ritenuto che «nel caso dell'area archeologica di Pompei, i presupposti per la dichiarazione dello stato di emergenza fossero sostanzialmente assenti». Ma a quel punto, dato che il controllo preventivo non era più possibile visto che le ordinanze erano già state emesse, la magistratura ordinaria ha aperto un'inchiesta sulla gestione dell'area archeologica da parte della Protezione civile. Toccherà quindi ai giudici stabilire se sono avvenuti sprechi, spese gonfiate e restauri di immagine. A partire dai lavori per il Teatro grande per il quale la soprintendenza aveva previsto il ripristino dell'originale cavea in marmo con un costo di circa 1,8 milioni di euro. Il restauro attuato dal commissario Fiori ha invece adoperato il tufo e il costo finale ha superato i 5 milioni di euro, pare senza aver rispettato nemmeno i parametri storici. E soprattutto, anche stavolta, utilizzando le ruspe che normalmente su un'area archeologica non dovrebbero neanche entrare. La seconda inchiesta riguarda invece presunti falsi concorsi interni per i dipendenti che volevano salire di grado, passando per la carenza di archeologi. Roberto Cecchi, segretario generale del ministero dei Beni culturali, ha denunciato che «nell'area archeologica più vasta del mondo, sessanta ettari con 1.500 Domus, abbiamo un solo archeologo che guadagna 1.500 euro al mese e lavora anche 12 ore al giorno». Stessa cosa per gli operai: «Fino a vent'anni fa a Pompei - continua Cecchi - erano in servizio 98 operai, ora solo 8». Il tutto a causa dei pensionamenti con il blocco del turn over, dato dalla legge Brunetta che per ora non consente assunzioni, rendendo quasi impossibile la manutenzione ordinaria. E qui arriviamo alla terza inchiesta della Procura di Torre Annunziata che riguarda invece il crollo del 6 novembre scorso della Schola Armaturarum, ritenuta l'accademia dei Gladiatori di Pompei. Una Domus situata su via dell'Abbondanza, principale arteria dell'antica città romana che, oltre a subire il terremoto del 1980, nella Seconda guerra mondiale era stata bombardata dagli Alleati, nel corso di un contestatissimo intervento degli angloamericani che ritenevano che i tedeschi si nascondessero dentro l'area archeologica. Inoltre quella zona si trova lungo il perimetro del sito archeologico, in un settore dove i terrapieni della parte di città ancora da scavare premono sugli edifici già riportati alla luce. Tanto da rendere necessario il rifacimento delle mura di contenimento che, nella vicina Ercolano finanziata dai privati, è stato il primo lavoro condotto, prima ancora del restauro degli edifici. Nell'ambito di questa terza inchiesta sullo sbriciolamento della Schola Armaturarum, i carabinieri stanno scandagliando la gestione ordinaria del sito da parte della soprintendenza prima dell'arrivo dei commissari. Il pubblico ministero di Torre Annunziata Stefania Di Dona giovedì 16 dicembre ha emesso i primi nove avvisi di garanzia. Fra gli indagati, il direttore degli scavi Antonio Varone e l'ex soprintendente Pietro Giovanni Guzzo, in carica fino al 2009. Il reato ipotizzato è di crollo colposo, dovuto alla mancanza di controllo e manutenzione sulla struttura. Ma l'architettura dell'inchiesta potrebbe cambiare notevolmente. «Finora abbiamo sequestrato l'area - spiega il procuratore capo di Torre Annunziata Diego Marmo - e fatto una ricognizione sui lavori eseguiti. Ora stiamo mandando gli avvisi di garanzia così da permettere agli indagati di partecipare. Poi, affidata la consulenza entreremo in una fase delicata». L'ex sovrintendente Guzzo, a Pompei dal 1994, preferisce non commentare: «In questa fase meno parlo e meglio è ma quello che penso l'ho abbondantemente detto in passato». Ma l'invio di questi avvisi di garanzia, al momento sembra servire più a garantire la loro partecipazione alle varie perizie che verranno svolte nelle prossime settimane. Infatti gli attuali indagati sono tutti quelli che hanno avuto un ruolo negli ultimi lavori alla Domus avvenuti nel 2009. Tanto che il loro nome figurava anche sul cartello allora esposto all'esterno del cantiere. Oltre a Varone e Guzzo, si tratta dell'architetto restauratore della soprintendenza e responsabile del procedimento Paola Rispoli, il direttore dei lavori Aldo Borriello, l'architetto capo dell'ufficio tecnico Valerio Papaccio, l'ex funzionario Maria Grazia Del Greco e la rappresentante della Restauratori d'arte Cascavo srl di Pontecagnano Faiano (Sa) Anna Maria Caccavo, l'azienda che eseguì l'intervento e che tuttora lavora sia a Pompei che nella vicina Ercolano. Gli altri due indagati per ora non si conoscono ma è escluso che figuri il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi che ha subito chiesto all'opposizione di riconsiderare la mozione di sfiducia attesa in Parlamento. «Esprimo tutto il mio sostegno a Guzzo, uomo di grande esperienza e archeologo di fama internazionale - commenta Tsao Cevoli, presidente dell'Associazione italiana archeologi -. Il vero fallimento è stato il commissariamento voluto dal governo che ha speso i fondi della soprintendenza senza avere le competenze giuste e portando solo a restauri costosi e di immagine, come quello del Teatro grande».
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