Sei mesi in più dopo l'auspicio del premier e una convulsa trattativa Benzina, entro 48 ore la decisione sullo sciopero ROMA «Spero di poter spostare dal primo di gennaio al primo luglio il termine di pagamento delle imposte». A fine giornata, la speranza dei presidente del Consiglio, espressa nel corso della conferenza stampa di fine inno, si è concretizzata in un effettivo slittamento di sei mesi, in assenza del quale i contribuenti delle zone terremotate dell'Aquila avrebbero dovuto iniziare a restituire dal prossimo anno le imposte sospese dopo il sisma. Ma il risultato non è stato immediato, né scontato. La delegazione abruzzese scesa a Roma proprio per affrontare la questione, guidata dal presidente Chiodi, dal sindaco Cialente e dal presidente della Provincia Del Corvo, ha dovuto anche forzare un po' la mano, abbandonando il tavolo della trattativa in cui il governo era rappresentato solo a livello tecnico. È stato poi il vicepresidente del Consiglio regionale Giorgio De Matteis ad annunciare che l'intesa con il ministero dell'Economia era stata raggiunta. In precedenza il presidente Chiodi, che aveva visto il sottosegretario Letta e parlato al telefono con Tremonti, si era detto preoccupato sull'esito della vicenda. E fino a sera non sono arrivate comunicazioni ufficiali, tanto è vero che a L'Aquila un centinaio di cittadini ha occupato per protesta il palazzo sede del Consiglio regionale. Stadi fatto che nella versione del decreto milleproroghe uscita dalla riunione del Consiglio dei ministri di mercoledì il rinvio dei pagamenti non c'era. Ora si attende la Gazzetta ufficiale con il testo definitivo, che arriverà probabilmente dopo Natale. Se confermata, la proroga di sei mesi rappresenta comunque una soluzione parziale. La richiesta degli aquilani, in qualche modo avallata nei giorni scorsi dallo stesso presidente del Consiglio, è di avere lo stesso trattamento riservato a suo tempo ai terremotati di Marche e Umbria: dunque restituzione solo del 40 per cento del dovuto, a rate e a distanza di vari anni dal sisma. Ma non era questo il solo fronte di scontento aperto dal decreto milleproroghe. Il mondo della cultura e dello spettacolo protesta per il mancato rifinanziamento del Fus. Ieri si è fatto sentire Carlo Verdone, che se l'è presa direttamente con il ministro dei Beni culturali. «Bondi non si è battuto - ha detto - che si dimetta o no è assolutamente ininfluente: il dato di fatto è che questo governo ha fatto del suo meglio per mortificare la cultura». Irritati anche i rappresentanti dell'editoria e quelli dell'emittenza televisiva locale, che si sono visti sfilare complessivamente circa 100 milioni di euro, appena assegnati con la legge di stabilità. Questi soldi sono stati dirottati al rifinanziamento del meccanismo fiscale del cinque per mille, a beneficio del volontariato e della ricerca. Infine, i benzinai. Gli esercenti protestano contro la mancata conferma del bonus fiscale a loro riservato. Ma non hanno ancora deciso se proclamare lo sciopero nei giorni delle festività natalizie. Dopo intensi contatti nella giornata di ieri, la categoria ha deciso di concedere al governo altre 48 ore: evidentemente anche in questo caso c'è la speranza che il testo definitivo sia diverso da quello messo nero su bianco nei giorni scorsi.