Le amministrazioni impoverite rischiano di consegnare il disegno del territorio allinteresse dei privati. Politici, urbanisti, ambientalisti discutono lallarme del presidente dellOrdine Architetti "È un grande mercato delle aree: chi fa unofferta tratta con lente pubblico e se il prezzo è buono il progetto si realizza senza strategie" "Non sono sostenibili la cementificazione attuale e la rincorsa tardiva a modelli architettonici sproporzionati ad alto impatto energetico" VERA SCHIAVAZZI E se gli affari, anche i più legittimi, diventassero lunico criterio che decide la mappa di una città? Lallarme, in versione torinese, lo ha lanciato su "Repubblica" Riccardo Bedrone, presidente dellOrdine degli Architetti: «Se lamministrazione pubblica esaurisce le sue risorse economiche, prevarrà linteresse dei costruttori privati». Tutti daccordo, urbanisti e politici, nel dire che non si tratta di una preoccupazione infondata. A cominciare da Mario Viano, assessore allurbanistica in carica nella giunta Chiamparino giunta al termine del suo mandato. «Bedrone mette sul tavolo un problema serio dice Viano che ha a che fare con le tentazioni classiche di una città che attraversa un periodo di crisi economica: sostenere o meno ledilizia, una delle poche leve che sembrano poter attenuare la paralisi? Ma il compito di unamministrazione pubblica, e la sua grande responsabilità, è proprio questo: valutare la congruità delle proposte che arrivano anche dai privati, e tenere il timone verso linteresse pubblico. Mi pare di poter affermare che, nella pratica, questi sono stati i nostri comportamenti». Ma Bedrone parla, comè ovvio, soprattutto a chi arriverà tra poco. Così, Augusto Cagnardi, insieme a Vittorio Gregotti padre del piano regolatore che ha ispirato per quasi ventanni le politiche urbanistiche torinesi, accetta in pieno la provocazione: «A Milano il rischio che Bedrone paventa si è già verificato. Assistiamo a una sorta di grande mercato delle aree: i privati fanno unofferta, trattano con lamministrazione, e se il prezzo è interessante, dopo le necessarie approvazioni, quel progetto diventa esecutivo senza che nessuno sembri provare la necessità di un minimo di strategia dinsieme». E a Torino? «Non tocca a me dirlo, avendo gestito per molti anni lapplicazione di un piano regolatore che con Gregotti avevamo concepito su mandato della città. Ma certo la logica non era quella del denaro, ma di uno sviluppo che, ventanni fa, guardava a certi modelli europei. Come tutti i piani regolatori, anche il nostro non venne accolto dagli applausi, almeno nellimmediato, e anche osservatori molto autorevoli mi hanno confessato di averne compreso solo di recente la filosofia. Ora servono dei passi avanti che tuttavia, come allora, non possono che basarsi su studi e ricerche. E non è un caso se il progetto di corso Marche, che richiede uno sguardo al futuro e pochissima attenzione agli affari, oggi è scarsamente condiviso». Anche un altro urbanista che (nella veste di assessore con Valentino Castellani) si è trovato a amministrare i grandi progetti per Torino oggi sente il bisogno di orizzonti nuovi. «Occorre guardare ai Comuni vicini, ampliare il raggio dazione dice Franco Corsico Bedrone esprime una preoccupazione giusta. Il piano regolatore di Gregotti e Cagnardi era stato concepito per soccorrere una città dove lindustria perdeva peso, e in questo senso credo abbia funzionato bene. Ma le stesse formule non possono essere eterne, e grandi opere come il passante ferroviario ci invitano a spingerci un po più in là». Non mancano le voci critiche. Lurbanista Elisabetta Forni sottolinea la necessità che lappello di Bedrone stia al centro dellimpegno del prossimo sindaco: «La ricetta vincente è nella rigorosa applicazione dei principi della sostenibilità, contro i quali vanno la "cementificazione" attuale e la rincorsa tardiva e retrograda a modelli architettonici che Bedrone chiama "sproporzionati", come i grattacieli, incompatibili con la logica del risparmio energetico e incoerenti con il nostro paesaggio urbano. Insomma, il futuro della città, la sua sopravvivenza o rinascita stanno proprio nellandare in controtendenza». E Paolo Hutter, militante ambientalista, conclude: «Il 66 per cento dei torinesi vorrebbe dimezzare laltezza del grattacielo Intesa San Paolo. Neppure la crisi spinge ad accettare certi mostri come occasione economica. Chiediamo ai cittadini di riflettere, aumentare le costruzioni non fa che far scendere il prezzo degli immobili che ci sono già».