Archivio di Stato di Roma. Secchi e portaombrelli raccolgono l'acqua piovana che cade sui fogli secenteschi restaurati dai privati. Il problema? Una trascurata manutenzione che finisce per far costare di più i restauri Piove sulle carte di Caravaggio. Non è una incongrua parafrasi dannunziana e non è uno scherzo. Lo potete vedere dalle fotografie. La finestra affaccia sulle torrette con i monti e la stella simboli araldici dei Chigi, impalcate da quando, tre anni fa, si staccarono frammenti dalle stelle. Nessuno è più venuto ad occuparsi del problema. Siamo all'archivio di Stato di Roma che ha sede nel gioiello borrominiano di Sant'Ivo alla Sapienza, stanze di sottotetto, secchi, giornali e portaombrelli raccolgono l'acqua piovana, alle scrivanie gli archivisti lavorano alle carte di Michelangelo Merisi. Atti notarili, verbali giudiziari. Sette volumi di fogli rilegati cinque-secenteschi, restaurati grazie a finanziamenti privati dopo il grido di dolore lanciato dal direttore dell'Archivio, Eugenio Lo Sardo, un anno fa: l'acidità dell'inchiostro stava riducendo a coriandoli quei documenti in cui (sembra incredibile) si scoprono ancora fatti importanti della vita di Michelangelo Merisi a Roma. Come la storia di Faustina Juvarra, giovane moglie dell'artista siciliano Lorenzo Cari presso cui Caravaggio abitò. Se ne trova traccia nei verbali di un processo in cui Merisi appare come testimone. Si era imbattuto, di notte, in una rissa e aveva raccolto il mantello della vittima, un barbiere. L'artista consegna il mantello a un garzone di sua conoscenza ed è questi a raccontare: «Caravaggio abita nella casa dove vanno a giocare i figli del mio padrone». Faustina era da poco vedova, madre di due figli e incinta. Il pittore l'aiutava, la proteggeva ed è lei la probabile modella della Santa Caterina d'Alessandria e della Marta incinta di Detroit. L'incastro delle date consentirebbe di ritardare, secondo le ricerche di Antonella Pampaloni, l'arrivo di Michelangelo Merisi a Roma al 1594, non l'enfant prodige a cui faceva pensare la cronologia di Roberto Longhi né la successiva datazione del 1593. Piove anche nella stanza numero 4, quella accanto all'ambiente dove si sta preparando il catalogo della mostra documentaria su Caravaggio. Il cellofan copre un pezzo della scaffalatura. Sono stati spostati i grandi «Cabrei» Odescalchi. Registri catastali, proprietà e tenute, alberi ed edifici documentati ad acquarello, preziosi per scoprire il disegno originale di palazzi e ville. Non è uno scandalo di per sé che in un edificio secentesco le tegole si spostino, il problema è la manutenzione trascurata che finisce, oltre che a rovinare, per far costare di più i restauri. Spiega Eugenio Lo Sardo: «C'è stato un taglio del 30 per cento quest'anno sul finanziamento ordinario, che rende difficile pagare le bollette del gas e della luce e persino la sicurezza. Se l'anno prossimo ci sarà, come minacciato, un nuovo taglio del 30 saremo nell'impossibilità di funzionare, dovremo chiudere». In più ci sono le lungaggini burocratiche: «Ogni spesa è demandata alla direzione generale regionale» e, mentre la pratica fa il suo percorso, le tegole restano sconnesse e piove. Per il restauro delle carte di Caravaggio i soldi si sono trovati, «Non è vero che gli archivi non attraggono sponsor», riflette Eugenio Lo Sardo, purtroppo, però, «le carte, che possono essere aggredite da insetti o anche dalla ruggine di graffette metalliche, vanno salvate anche quando non c'è Caravaggio a fare da richiamo». Nell'archivio ci sono 28.000 registri notarili preziosi per la storia di Roma e per la storia dell'arte mondiale, dal 900 al 1870 (l'archivio di Roma capitale è a Portonaccio). Roma non è consapevole del fascino e della ricchezza nascosta nel complesso di corso Rinascimento. Lì dentro ci sono le ultime 24 ore di Giordano Bruno, assistito, prima del rogo, dalla Confraternita di San Giovanni Decollato alla Consolazione. E i verbali di polizia delle ultime ore di vita di Francesco Borromini, dopo che l'architetto si era infilzato con la propria spada. C'è il divorzio di Paolina Borghese e le carte della Repubblica Romana. Per conservare questo patrimonio bisognerebbe programmarne il restauro anno per anno, cosa resa impossibile dall'incertezza finanziaria. La dottoressa Orietta Verdi, responsabile del restauro dei registri notarili, racconta di un'altra scoperta recente. Protagonista Diego Velazquez che, inviato presso la corte papale dal re di Spagna, dipinge il celebre nudo della Venere allo specchio. Diego ha un figlio da una anonima fanciulla romana. Lo sappiamo perché, qualche anno dopo, il pittore manda un procuratore presso il cardinale vicario per prendere il bambino. C'è la firma in calce: Didacus, Diego in latino. Il bambino stava a balia, la madre potrebbe essere morta. E quel bimbo potrebbe essere il putto che regge lo specchio alla Venere. «Ci sarebbero ricerche da fare ma non possiamo», spiega Orietta Verdi. E qui ci troviamo di fronte a un altro gigantesco ostacolo prodotto dalla filosofia politica del «con la cultura non si mangia». Restauratori e archivisti interni stanno andando in pensione uno dopo l'altro. Naturalmente non si parla di sostituirli. I giovani qualificati ricercatori fino a poco fa riuscivano almeno a lavorare a partita Iva ma le nuove regole impongono tagli persino sul lavoro precario.