Non c'è nulla di più umiliante, per uno Stato membro, che sentirsi chiedere conto dall'Unione Europea del modo in cui sono stati spesi fondi comunitari, soprattutto in una stagione di tagli e di sacrifici come quella che stiamo attraversando. Vista da Madrid, Berlino, Parigi la triste vicenda di Ravello e dell'auditorium firmato da Niemeyer (103 anni compiuti da pochi giorni) deve apparire per quel che è: una tipica faida italiana. Una parabola tradizionalmente nostrana che dimostra come chiunque tenti di sottrarre il Sud al provincialismo e al turismo stagionale sia destinato alla sconfitta, in nome del «localismo». Fatti italiani, potrebbero dire dall'Unione Europea, se non ci fossero di mezzo i 18,5 milioni di euro di finanziamento comunitario dirottati su un progetto grazie a un'idea nata non dal Comune né dalla Regione ma, intorno al 2000, dalla Fondazione Ravello allora presieduta dal sociologo Domenico De Masi che convinse l'architetto a regalare il progetto alla città per inserirla in un circuito internazionale di appuntamenti culturali per «destagionalizzare» il turismo, ancorato ai mesi estivi. Nemmeno a dirlo le «realtà locali» hanno sagacemente intuito la portata del progetto e, forti del titolo di proprietà dell'Auditorium, hanno estromesso la Fondazione e De Masi afferrando le redini dell'Auditorium. Ovviamente si fa per dire perché basta consultare il sito della splendida sala semiabbandonata (www.auditoriumoscarniemeyer.it) per leggere un desolante «sito in manutenzione», vuoto di progetti e di programmi. L'Unione Europea è lontana anni luce da partigianerie nelle vicende italiane. Vuole solo sapere come e perché quella sala, pagata da tutti i cittadini europei, invece che grandi direttori d'orchestra internazionali ora ospiti saltuariamente spettacoli folkloristici locali. La prossima volta, c'è da giurarci, prima di affidare all'Italia altri 18 milioni di euro per un auditorium, a Bruxelles ci penseranno cento volte. E poi rinunceranno.