Sette ettari di verde dal corso Vittorio Emanuele fino alle pendici della Certosa San Martino, il Mibac riconosce il nuovo bene di interesse storico artistico Morra: «Questo luogo magico avrà solo tre finalità: quella culturale, quella turistica e quella rurale» Gizzi: «Quando m'insediai, mi sembrò assurdo che ancora questo iter non si fosse completato» "Monumento nazionale" e "Bene di interesse storico artistico», come più correttamente lo ha definito secondo l'accezione ministeriale il sovrintendente ai beni architettonici Stefano Gizzi, la sostanza non cambia. L'antica Vigna, quella collina verde che si inerpica dai vecchi fondaci agricoli dell'attuale corso Vittorio Emanuele fin su verso le pendici della Certosa di San Martino di origine trecentesca, può godere da oggi di un'ulteriore tutela, stabilita dal decreto n. 851 del ministero per i Beni Culturali, emesso su proposta della soprintendenza ai Beni architettonici e paesaggistici di Napoli e provincia. Perché - come hanno ricordato un po' tuta nell'incontro di ieri a Palazzo Bagnara, nella sede della Fondazione Morra - si tratta di un sito unico nel suo genere: un territorio agricolo urbano di ben 7 ettari, che entra finalmente a far parte del patrimonio culturale italiano come una statua, un castello, una reggia. Unicità ribadita anche da un'altra straordinaria anomalia, il fatto cioè che a chiedere insistentemente questo decreto, non sia stato lo stato di pericolo o di fatiscenza del bene stesso, quanto il proprietario Peppe Morra, per nulla interessato a mendicare possibili permessi di edificabilità, con tanto di proteste e ricorsi legali, ma piuttosto fermamente intenzionato a preservare lo stesso da qualunque modificazione e speculazione possibile. «Questo luogo magico - ha ribadito ieri, felicissimo e visibilmente emozionato, il direttore del Museo Nitsch -, in cui è possibile recuperare un rapporto con le nostre stesse origini, con la voglia di tornare ad imbracciare una vanga, una zappa, un qualsiasi attrezzo agricolo, e riscoprire i valori più autentici dell'uomo, dovrà avere solo tre finalità: quella culturale, quella turistica e quella rurale». Per Morra l'obiettivo raggiunto è molto più di un semplice riconoscimento statale, è il coronarsi di un sogno condiviso con tanti amici, che dal momento della sua acquisizione nel 1988 dai vecchi proprietari, la famiglia Ceschina, si sono battuti con lui affinché ciò si avverasse. A partire dalla giornalista Nora Puntillo e dall'ex sovrintendente ai Beni architettonici Mario De Cunzo, che nel 1967, con una campagna stampa e con la definizione di un vincolo paesistico sull'intera proprietà, ne impedirono ogni forma di stravolgimento ed abuso. «Anche se - è lo stesso De Cunzo a ricordarlo - dobbiamo ringraziare l'imprevedibilità dei napoletani. Perché in seguito al Piano regolatore di Piccinato seguito alla legge Bottai del 1939, quest'area era stata dichiarata lottizzabile, a differenza del territorio a nord di Napoli, in cui il verde avrebbe dovuto sovrastare di gran lunga le poche costruzioni consentite. Ed invece n c'è stata una delle cementificazioni più selvagge che la storia ricordi, mentre il dorso di San Martino è rimasto fortunatamente illeso». Anche se reso irriconoscibile dalla boscaglia, dalle erbacce e dagli sterpi che lo ricoprivano al momento dell'acquisto da parte di Morra. «Fu allora - ricorda invece il geologo Ernesto Cravero - che insieme al collega Franco Coppola ci recammo a vedere il sito provvedendo poi a farlo ripulire per capirne l'esatta configurazione. E riscontrammo una straordinaria architettura di contenimento che aveva retto per secoli, ma che in seguito alle piogge torrenziali del gennaio del 1997, vide diversi smottamenti e frane, dovute alla chiusura dei condotti in terracotta che facevano defluire le acque piovane dal chiostro della Certosa verso due cisterne sottostanti, di cui la seconda a Suor Orsola Benincasa». L'acqua piovana, non trovando più questa canalizzazione, finisce invece oggi col creare all'esterno vere e proprie cascate di terra. Anche questa urgenza quindi nei programmi della nuova Vigna «monumentale», resa tale grazie al definitivo vincolo, richiesto nel 1999 da Morra e dall'Associazione Amici della Vigna San Martino, e all'impegno dell'attuale sovrintendente Stefano Gizzi. «Quando mi sono insediato - ha commentato - mi sembrava assurdo che ancora questo iter non si fosse completato. E paradossalmente le resistenze maggiori le abbiamo trovate proprio nel nostro ministero insospettito da una richiesta anomala come quella di Morra. Che invece si è semplicemente rifatto alla legge. Il principio importante è che un bene di interesse culturale non sia dichiarato nell'occasione un castello, un palazzo, un sito archeologico, ma un'area verde, di quei giardini agricoli tipici della città di Napoli». Che sono percorribili usando la mappa disegnata nel 1775 dal Duca di Noja. Come accadrà tra la fine di febbraio e 1"inizio di marzo per la festa di assaggio del vino nuovo prodotto proprio in quella terra. Ma il sovrintendente non si ferma qui e rilancia: «Organizzerò presto una mostra sugli interventi architettonici e urbanistici del periodo laurino, con le sue tante ombre, ma anche con le sue luci, come ad esempio la risistemazione che il Comandante fece di piazza Municipio».