Ogni medaglia splendente ha il suo rovescio opaco. E se due monumenti importanti vengono restituiti alla città, in gran parte il lavoro di recupero del patrimonio artistico dell'Aquila è fermo alla messa in sicurezza. «C'è tutta un'attività di progettazione in cui sembra che nessuno faccia niente, ma che è necessaria per poter realizzare bene dopo il restauro». Il vice commissario per i Beni Culturali Luciano Marchetti traccia un bilancio a venti mesi dal terremoto e annuncia la riapertura di altre 31 chiese entro Natale. «Abbiamo puntellato 500 edifici di culto, ne abbiamo riaperti tra lo scorso anno e 112010 altre cento con interventi di tipo definitivo, 12 poi sono in fase di finanziamento e le appalteremo a gennaio perché i soldi sono appena arrivati». Si parte, dunque, da quelle con minori lesioni e maggiormente funzionali alla popolazione. La lentezza, ammette, non è dovuta ai fondi «ma alla complessità degli interventi e al puntellamento conservativo, perché stiamo cercando di salvare tutto quello che è rimasto in piedi, in modo tale da consentire successivamente di procedere con sufficienti garanzie al recupero degli apparati architettonici e decorativi». Nel centro dell'Aquila si è arrivati al 90 delle messe in sicurezza, ma va meno bene nel cratere in cui spesso, spiega Marchetti, «i comuni stanno facendo i consorzi per ottenere una possibilità di pianificazione con tecnici che operano su aree più vaste». Si lavora, eppure è difficile a colpo d'occhio vedere i risultati. Una musica già sentita per il post terremoto in Friuli, continua, quando la ricostruzione vera cominciò soltanto cinque anni dopo. Il motivo è nella programmazione, fondamentale per una situazione complicata come L'Aquila dove altrimenti «si rischia di pestarsi i piedi a vicenda». Pensare che sia solo una questione di soldi è semplicistico, «certamente i fondi serviranno e ne occorreranno molti di più; sono un elemento essenziale, ma non bastano - precisa - Serve un'organizzazione precisa su come verranno attuati i cantieri, sulla progressione dei singoli lavori e il modo con cui dovranno essere riforniti». Il futuro è nella pianificazione accurata, ma in passato «forse si poteva fare meglio e di più», confessa il vice commissario. Ad esempio nella fase di messa in sicurezza, dice, «se avessimo deciso subito una programmazione degli interventi si sarebbe potuto organizzare tutto con tempi più brevi, coinvolgendo più attori, più ditte, partendo con più cantieri contemporaneamente». Infine riguardo alla adozioni dei monumenti ferme da un anno, conclude con diplomazia: «Ci aspettavamo una maggiore solidarietà internazionale, bisogna comunque tener presente la situazione in cui verte l'economia mondiale».