Lo studioso avverte: «Il potere ha paura della storia perché dimostra che le cose possono andare diversamente rispetto a oggi» Professore emerito, già ordinario di Storia moderna presso la facoltà di Lettere e filosofia dell'Università di Bologna, Paolo Prodi, oggi presidente della Giunta storica nazionale (già Giunta centrale per gli studi storici), organismo che coordina l'attività degli istituti e degli enti di ricerca storica italiani, è tra i firmatari insieme con Andrea Giardina (presidente dell'Istituto italiano perla storia antica), Massimo Miglio (presidente dell'Istituto storico italiano per il Medio Evo), Luigi Lotti (presidente dell'Istituto storico italiano per l'Età moderna e contemporanea), Romano Ugolini (presidente dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano) e Giovanni Vitolo (presidente della Società salernitana di Storia patria) di un accorato appello nel quale si denuncia la gravità dei tagli previsti per il 2011 dal Mibac. Il dimezzamento dei già esigui finanziamenti rischia di cancellare per sempre gli Istituti culturali nazionali. Con la sottrazione delle risorse necessarie, scrivono, si lede l'autonomia delle Istituzioni culturali, sancita dalla Costituzione, e si amputala memoria del Paese. Professore, i tagli previsti si aggirano tra il 20 e il 50 per cento delle risorse già risicate. Cosa accade e cosa accadrebbe se tutto ciò venisse confermato? Si rischia una nuova Pompei? Credo proprio di sì, perché durante gli ultimi anni i fondi erano già stati dimezzati. Per esempio, nel caso della Giunta storica nazionale di cui sono presidente, avevo alleggerito tutte le strutture. Non abbiamo nessun dipendente fisso e la nostra sede ci è stata data in comodato gratuito: due stanzette nel mezzanino di Storia moderna che messe insieme sono meno grandi della scrivania, lo dico sempre scherzando, ereditate dal mio predecessore Giovanni Spadolini. Abbiamo già ridotto tutto all'osso e la nostra attività, oltre a quella internazionale, è di continuare a redigere la Bibliografia storica nazionale: ogni anno componiamo ottomila schede che riflettono tutta la produzione di storia italiana prodotta nell'anno e che, senza affrontare spese impossibili di pubblicazione, poniamo online a disposizione degli studiosi di tutto il mondo. Ora anche questo minimo ci viene tolto, anche se si tratta di spese irrisorie, pari a molto meno di una sola di quelle fatue celebrazioni che si fanno in giro per l'Italia. Per essere molto concreti, la Giunta quest'anno ha avuto 85mila euro in tutto di assegnazione, con i quali abbiamo provveduto a ogni cosa: alla segreteria, alla compilazione della bibliografia storica nazionale, alla partecipazione al congresso Tutti i tagli possibili erano già stati fatti. Ora siamo scesi sotto la soglia minima di sopravvivenza internazionale di scienze storiche ad Amsterdam e molto altro ancora. E gli Istituti storici nazionali? La situazione per loro è molto più grave, perché mentre la Giunta in qualche modo non possiede una struttura fissa, non ha una biblioteca né impegni editoriali, gli Istituti come quello del Medio Evo, di Storia antica o del Risorgimento hanno invece dipendenti, biblioteche da curare e aggiornare. Ora si trovano nella condizione di dover chiudere. Facile immaginare che le risorse per gli Istituti storici non siano mai state sufficienti a garantire la ricerca, una politica di acquisti seria e un buon servizio al pubblico degli studiosi. Allora cosa è cambiato oggi da spingervi a denunciare una possibile chiusura? I fondi scarseggiavano già prima e si stava attenti a ogni euro. C'è però qualcos'altro che è opportuno sottolineare: secondo me non si tratta soltanto di tagli orizzontali nello stile del presente governo, di cui peraltro parlano oramai tutti gli italiani: si taglia tutto senza stare a guardare i contenuti. In questo specifico caso il problema, la decurtazione, riflette una politica, una precisa inclinazione a cancellare la memoria storica del Paese. Cioè non è che si taglino le biblioteche o gli Istituti o i nostri Archivi allo stesso modo con cui si tagliano tante cose, come le mostre d'arte. Qui si colpisce molto più in profondità e questo induce a pensare che certamente non si considera la memoria una componente essenziale per la sopravvivenza del Paese e per la coscienza collettiva. Questo è molto grave, proprio in occasione del 150 anniversario dell'Unità italiana, perché oltre alla Giunta storica nazionale e agli Istituti storici nazionali, anche le Deputazioni regionali di Storia patria sono realtà nate con il Risorgimento. Professore, a cosa servono oggi gli Istituti storici e gli Archivi e perché è importante salvarne la vita? Per me il punto centrale è proprio questo, ossia che attraverso gli Istituti, la memoria storica si trasformi in coscienza critica della propria identità nazionale e regionale. Se non c'è questa elaborazione degli storici allora tutte le memorie possono essere utilizzate in senso strumentale per la politica quotidiana. Così si va a ledere proprio l'identità collettiva del Paese. In qualche modo questo è un attacco voluto. Cosa accade in Europa? Come vivono Istituti simili ai vostri? La tendenza è dappertutto a una certa limatura. Ma le strutture dei nostri Paesi partner, quelle tedesche o francesi per esempio, molto diverse tra di loro, hanno tutte radici profonde nelle strutture dello Stato. Cioè i Monumenta germaniae historica sono "la" Germania: hanno subito una diminuzione dei fondi, vivono anche loro delle difficoltà rispetto al passato ma sono e rimangono delle strutture portanti del mondo culturale tedesco. Noi invece rischiamo di essere totalmente estromessi ed emarginati. Anche le commemorazioni che si fanno in questo momento del Risorgimento sono in balia proprio delle strumentalizzazioni politiche più assurde: Nord-Sud, federalismo-non federalismo. È tutto una specie di grande imbroglio e mistificazione che si può concretizzare soltanto mettendo fuori gioco, marginalizzando gli Istituti storici che invece hanno come proprio fondamento la revisione critica della storia. Bersani sabato in piazza San Giovanni a Roma ha detto, tra le altre cose, che questo governo ha commesso dei delitti, non degli errori. Questo è uno di quei delitti? Io penso di sì, nel senso che la differenza è che i delitti sono in qualche modo voluti, gli errori sono anche spesso preterintenzionali. Però quello che tengo a dire è che in realtà la sottovalutazione della cultura è stata continua anche nel decennio precedente e anche da parte dei governi di sinistra, e lo dico come fratello del presidente del Consiglio -. quindi sono perfettamente cosciente di quanto affermo - dell'importanza delle strutture e delle istituzioni culturali. Penso per esempio ai tentativi fatti con l'allora ministro dei Beni culturali Rutelli per ottenere la riforma delle nostre istituzioni e la loro messa in sicurezza, in modo tale che fosse possibile programmare l'attività di lungo periodo senza dover aspettare ogni anno l'elemosina di una sovvenzione: non ci fu alcuna risposta. Ci sono quindi due piani: uno è quello generale della disattenzione, della tendenza di tutti i partiti - di destra e di sinistra - e del governo, a curare di più cose effimere, gli eventi che possono portare voci o consenso ai singoli partiti e uomini politici: questa è una malattia italiana diffusa, bipartisan come si dice oggi. Un secondo e più grave piano è quello, oggi perseguito con accanimento, di combattere la memoria critica, l'identità collettiva della nazione. Ma allora la storia perde la sua funzione di formazione civica? La Storia, che era passata appunto dal servizio al potere nell'Antico regime e negli Stati autoritari alla nuova funzione di educazione civica, e politica nelle democrazie, viene ora emarginata perché non funzionale alla civiltà dei consumatori che sta sostituendo quella dei cittadini. Così in qualsiasi momento ogni forza economico-politica può inventare un prodotto nuovo da vendere sul mercato, un nuovo Risorgimento o un nuovo Medioevo a proprio uso e consumo. Questo è il "revisionismo" di oggi - molto peggiore dei vecchi revisionismi - che fa a pezzi il concetto di storia come coscienza critica di una società: il potere ora ha paura della storia perché dimostra che le cose sono andate e possono andare diversamente rispetto a oggi e preferisce che la gente non abbia un approccio critico ma sia soggetta ai miti comunicativi: l'istante può essere sempre venduto come novità se non ci sono storici in giro a rompere le uova.
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17 Dicembre 2010
Paolo Prodi: "A rischio la vita degli Istituti culturali".
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Ilaria Bonaccorsi
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Bene culturale
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