Restaurare per trasmettere ai posteri o restaurare per conservare? In occasione del quarto incontro del convegno Fuori Quadro, dal tema "Restaurare il passato e il presente", promosso dalla Fondazione Carige, si sono incontrati e soprattutto confrontati ieri esperti nei vari campi del restauro. Da Marco Dezzi Bardeschi, docente di restauro architettonico a Milano, a Martino Oberto restauratore genovese di dipinti antichi, a Giovanna Scicolone direttrice della scuola di restauro Botticino di Brescia, sino a Giorgio Conti, docente di Pianificazione del Territorio. Il tutto sotto la guida di Caterina Bon Valsassina, già soprintendente a Brera, ora Direttore dell'Istituto Centrale per il restauro. Il meeting c'è stato in una sala dell'Accademia Ligustica gremita di spettatori. Ma cosa significa restaurare e soprattutto per chi si restaura? «Non tutte le società sono d'accordo, in Giappone, per esempio, il lavoro sulla memoria definito restauro è applicato alle persone, che cambiano ogni 70 anni, quindi il concetto di restauro è ciclico» sottolinea Conti. Ma in Occidente, si discute se è meglio restaurare riportando il bene agli antichi splendori, con interventi anche pesanti ma spesso soddisfacenti per l'occhio, o se sia il caso invece di prediligere interventi leggeri, volti a conservare il più a lungo possibile la creazione originale. Nel XIX secolo intellettuali come Victor Hugo e John Ruskin mettevano al bando il restauro. «Sono i traditori della buona causa» scriveva Hugo, mentre Ruskin lo considerava la peggior forma di distruzione. Martino Oberti si affretta a precisare che «se restaurare è difficile non restaurare lo è ancora di più» e ricorda l'emozione che provò quando fu chiamato a intervenire su un fondo oro di Pietro Lorenzetti. Ma la novità vera è che da 15 anni in Italia ci si occupa ufficialmente anche di restauro di arte del Novecento, e da 7 c'è addirittura una sezione dell'Istituto di Restauro, a Roma, dedicata a questa attività. Si sono aperte problematiche nuove - racconta Valsassina - legate soprattutto agli artisti degli anni '60, e agli elementi deperibili spesso inseriti nelle loro opere. E allora ci si chiede se i panini imbiancati di Man-zoni vadano sostituiti e se la pancia artificiale resa con un palloncino in una Maternità di Pino Pascali vada rigonfiato o cambiata, e le tele tagliate di Fontana quando sbiadiscono possono essere ripitturate magari con una mano di colore per renderle di nuovo brillanti? Per chi si occupa di restauro sono problematiche quotidiane, alle volte complicate come quando nel 2002 la Soprintendenza di Brera acquistò un soffitto realizzato da Lucio Fontana nell'Hotel del Golfo Procchio all'Isola d'Elba. Fontana, infatti, al ritorno dal mare era solito incidere con una canna nel cemento sopra la sua testa. A distanza di meno di 50 anni si decise di preservare l'opera di assoluto interesse artìstico e portarla a Milano con una complicata procedura a pannelli. Su un punto gli esperti intervenuti sembrano essere d'accordo: l'opera va conservata, e "gli interventi, le aggiunte - come spiega Dezzi Bardeschi - devono essere riconoscibili perché sono la testimonianza del nostro tempo."
Il restauro? Può distruggere
Ieri si è tenuto a Milano il quarto incontro del convegno Fuori Quadro, promosso dalla Fondazione Carige, con il tema "Restaurare il passato e il presente". Esperti del restauro, tra cui Marco Dezzi Bardeschi, Martino Oberto e Giovanna Scicolone, si sono incontrati e confrontati per discutere il significato del restauro e le sue implicazioni. Alcuni esperti sostengono che il restauro dovrebbe essere leggero e conservativo, mentre altri ritengono che sia necessario intervenire con interventi più pesanti per riportare il bene agli antichi splendori. Il tema del restauro è stato discusso anche in relazione alle opere d'arte del Novecento, con problematiche legate agli elementi deperibili e alle decisioni di restauro.
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