Luoghi Quando la Pineta di Arenzano diventò l' utopia dei milanesi Rodocanachi è un po' come abracadabra: ha il fascino (e il suono) di una parola magica. E, in fondo, lo è per davvero. Perché dietro quelle cinque sillabe c' è il fantastico universo di una piccola casa rosa davanti al mare dove, come per incanto, si ritrovavano Montale e Bo, Gadda e Vittorini, Sbarbaro e Mafai. Erano gli anni Trenta e, nel loro minuscolo Eden di Arenzano, Paolo e Lucia Morpurgo Rodocanachi avevano creato un salotto artistico-letterario irripetibile. Quando Paolo morirà nel 1958 (Lucia mancherà nel 1978) la stessa Pineta di Arenzano tanto amata dai Rodocanachi diventerà teatro di un' altra utopia, in buona parte giocata stavolta tra architettura e paesaggio: quello di un buen retiro assai milanese fatto di ville, alberghi, piazzette, club (o anche semplici condomini di vacanze) progettati dalla crème de la crème del tempo (Ignazio Gardella, Marco Zanuso, Luigi Caccia Dominioni, Gio Ponti, Gianfranco Frattini, Vico Magistretti). Qui si sarebbero intrecciate le estati, i fine-settimana e le vacanze di Sant' Ambrogio di un' élite fin dall' inizio votata all' understatement. Da Lucio Fontana a Guglielmo Zucconi, dal clan del Piccolo Teatro (Giorgio Strehler, Paolo Grassi, Nina Vinchi) a Italo Calvino, da Leyla Gencer a Vittorio De Sica, da Mike Bongiorno ad Annie Girardot. E poi imprenditori, luminari della medicina, borghesi ricchi ed emergenti con tanto di famiglia al seguito (con le signore vestite Biki o Mila Schön), aristocratici dal portafoglio ben gonfio di banconote (o di terreni). Un gruppo di happy few che passava i propri giorni di riposo tra bagni in mare, partite di golf o di tennis, discussioni di arte e serate discretamente trasgressive al Calypso (dove si esibivano Mina, la Vanoni, Patty Pravo, i Platters). Villa Ercole e il Condominio Costa Del Tesoro di Ponti (con Fornaroli e Rosselli); il Portichetto, il Condominio Punta del Gabbiano e Casa Coggi di Gardella; Casa Arosio e la Marina Grande di Magistretti; Casa Leto Priolo, Casa Cattania e il Condominio Sette Sorelle di Zanuso; le Casacce e la chiesa di San Martino di Caccia Dominioni sono i frammenti di una piccola città chiusa in mezzo al verde nonché del «primo vero e proprio esempio di gated community italiana». Quelli che Vittorio Gregotti ha bollato (sulle pagine del «Corriere della Sera», lo scorso 27 luglio) come «accampamenti impermeabili, fatti di recinti» destinati a distinguere ma allo stesso tempo anche a dividere. Parlando anche del ruolo determinante che, nel destino di questi «paradisi recintati», ha da sempre giocato la speculazione edilizia. E sarà appunto la speculazione (oltre alla mancanza di regole e di piani regolatori) a trasformare la Pineta di Arenzano in un' utopia mancata (come testimonia il libro di Marco Franzone e Gerolamo Patrone, La pineta di Arenzano. Architettura e paesaggio. Storia di un' utopia mancata, Skira, pp. 144, 29). Tutto inizierà con la costruzione (nei primi mesi del 1957) dell' Hotel Punta San Martino firmato dalla coppia Gardella-Zanuso e di un villino di sette appartamenti firmato Gardella-Veneziani. Poi sarebbe venuto tutto il resto secondo i canoni di un buon gusto estetico molto milanese: fatto di oggetti di gran design (assai poco appariscenti al contrario di oggi) firmati Arlex, Azucena o Cassina, mentre ai muri trovavano posto i piatti di Fornasetti. Un buon gusto estetico, pieno di citazioni colte e di una legittima voglia di élite ma pieno anche di notevoli «richiami» al terreno: materiali poveri, intonaci alla genovese (tinteggiati in pasta o con mattone macinato), pavimenti in gres, tetti in ardesia, persiane verdi «alla francese». Il risultato finale sarebbe stato quello di un gruppo di case eleganti e rigorose, annegate nel verde e invisibili l' una all' altra, piccoli mondi «introversi» che in qualche modo sembravano addirittura (con quelle «aperture» così piccole) volersi negare il mare. Un patrimonio in qualche modo già segnato da un destino di abbandono proprio in virtù della sua stessa voglia di «chiusura». Quando il boom economico sbollirà, la Pineta comincerà a perdere fascino (mentre «scadevano» le condizione del mare e si tirava sempre più la cinghia sulle spese di mantenimento). Nel frattempo, cambiavano anche i desideri della Milano in pineta (lanciata verso un' inaspettata corsa all' esibizione), mentre quelle abitazioni di vacanze dei milanesi diventavano le case (stanziali) dei genovesi. E il definitivo colpo di grazia a questo paradiso per pochi eletti arriverà con la costruzione nel 1976, proprio a ridosso della Pineta, delle case popolari del Roccolo. Pagina 52