In questi ultimi giorni la giunta Caldoro si è guadagnata la possibilità di smentire l'amletica irresolutezza che ha finora caratterizzato la sua politica culturale. La firma dell'intesa tra Regione e Ministero per i Beni culturali restituisce, infatti, alla Campania il potere di definire il proprio Piano Paesistico. Si tratta ora di esercitare un potere delicatissimo, e quando si legge che, secondo il presidente Caldoro, in Campania ci sarebbero «troppi vincoli al paesaggio» si sente un brivido lungo la schiena. La Regione conta di varare una legge entro l'estate: è vitale che la strada che porterà a questo traguardo sia totalmente trasparente e, anzi, si trasformi in una grande occasione di confronto non solo con le opposizioni consiliari, con le province e i comuni, ma soprattutto con l'opinione pubblica, con le università e le associazioni. La questione del paesaggio, dell'ecologia culturale, è infatti il vero fronte su cui si combatte la battaglia culturale fondamentale: al suo cospetto impallidisce la pur istruttiva discussione su un balocco di lusso come il Madre. Qui la posta in gioco è ben altra, e investe valori di fondo, come la civiltà e la stessa identità della comunità regionale. Nel bene o nel male proprio questa legge rischia di essere il lascito più decisivo e duraturo di questa amministrazione, quello a cui sarà legato il nome di Stefano Caldoro nella memoria futura. Sul piano dei principi e della passione civile sarebbe bello che quella stessa legge fosse legata anche ad un altro nome, un nome che dovrà funzionare da stella polare nella discussione che sta per aprirsi: il nome di Angelo Vassallo.