Dov'è finita la memoria dell'Unesco? Se l'ha mai avuta, è probabilmente rimasta ad ammuffire in uno dei sontuosi uffici di rappresentanza della sede di Parigi o tra le polverose scrivanie di qualche succursale sparsa in giro per il mondo. Di sicuro, non è nella lista dei "patrimoni dell'umanità": non potrebbe esserlo perché una memoria così corta, una vista così miope e un buon senso così limitato non meritano certo di essere tramandati ai posteri. E invece l'Unesco resiste ineffabile da quasi sessant'anni, con i suoi riti inutili e le sue altrettanto inutili attività. Troppo severi? Come non esserlo di fronte a un organismo, al quale l'Italia versa il contributo più alto tra i Paesi dell'Onu, che nella lista dei "Patrimoni della Memoria" e come tali salvaguardati non riesce a inserire neanche una sola voce che riguardi la Penisola. Non un archivio, un codice miniato, una pergamena, una mappa tra quelle conservate nelle biblioteche italiane sono degne, secondo lorsignori, di essere tutelate. Tra le migliaia di documenti prodotti in queste terre in oltre duemila anni, non c'è niente di interessante. Non lo sono i papiri salvati dall'eruzione del Vesuvio a Ercolano, non il Codice Borgia. non le lettere del Petrarca, non il celebre Sao ke kelle terre di Montecassino che segna il passaggio dalla lingua latina a quella che diventerà italiana. Seimila biblioteche e trentamila archivi ospitano solo una montagna di cartacce o poco più. In quella amena e sconosciuta cittadina che risponde al nome di Venezia, probabilmente sconosciuta alla gran parte dei delegati dell'Unesco, c'è ad esempio una biblioteca che si chiama Marciana con una raccolta di opere da far paura; c'è un archivio che contiene 78 (settantotto) chilometri di scaffali dove riposano tre milioni e mezzo di documenti. Niente, nulla che valga la pena. Ma chi l'ha deciso, e perché? È nota l'attività dell'Unesco per la salvaguardia dei beni culturali, a partire dalla redazione della lista dei beni architettonici: in questa lista sono contenuti 788 luoghi sparsi in 178 Paesi, definiti "patrimonio dell'umanità". Almeno in questo caso, l'Italia la fa da padrona con 39 opere o luoghi che il mondo deve conservare a ogni costo. Ma da alcuni anni a questa lista se ne sono aggiunte altre: il "Registro della Memoria del mondo" e "L'intangibile eredità orale", entrambe rappresentano l'elenco delle cose "irrinunciabili" da parte dell'umanità. Il Registro della Memoria contiene 91 voci di 45 Paesi, e viene aggiornato ogni due anni durante summit itineranti che porteranno - nel 2005 - i delegati in Cina. I 17 membri dei Comitato non comprendono un italiano, e forse questo aiuta a spiegare la "dimenticanza"; ma non a giustificarla. Anche perché lo stesso avviene nell'altro Comitato, quello che stila la lista dell'"Intangibile eredità orale": cinquantasei voci di decine di Paesi, ma nemmeno una riguarda l'Italia o l'italiano, la lingua figlia del latino e madre di tutte le lingue romaniche. «Ma davvero è così importante essere inseriti nell'elenco dell'Unesco? Porta soldi? A me pare che l'Unesco più che altro i soldi li "divori"...». Marino Zorzi è direttore della Biblioteca Marciana di Venezia, e commenta con distacco e ironia la grottesca "dimenticanza". «È talmente ovvio sottolineare l'importanza fondamentale di quello che custodiamo tra libri e documenti, che mi imbarazza farlo. Ma evidentemente la scelta dell'Unesco non è dettata da motivi "tecnici", bensì politici. Non può che essere così: in caso contrario, sarebbe interessante sapere chi sono gli "esperti" che redigono le liste dei "patrimoni dell'umanità"». Non sono italiani, questo è sicuro e lo abbiamo già detto. Ma non sono analfabeti come verrebbe da pensare, se hanno inserito in elenco opere come la Bibbia di Gutenberg (e ci mancherebbe), la Nona Sinfonia di Beethoven, i fondi letterari di Ghoete, le partiture di Chopin e di Schubert, gli scritti di Simon Bolivar, gli Atti del Canale di Suez e il Trattato di Vienna, giù giù fino ai manifesti russi degli ultimi due secoli e la collezione di giornali della Biblioteca di Stato di Mosca. Scelte dettate forse da profonda conoscenza geopolitica ma da scarse nozioni geografiche. In tutti i sensi: dell'Atlante di Tolomeo esistono due sole copie al mondo, una a Venezia e l'altra a Napoli. Ignorate, ovviamente. Così come è ignorato il Mappamondo di Fra' Mauro, due metri e mezzo di confini del mondo com'erano ipotizzati e conosciuti nel Medioevo. Un rapido giro tra le biblioteche veneziane consente di toccare con mano l'imbarazzante ignoranza dei signori dell'Unesco. C'è solo da scegliere: la Biblioteca della Fondazione Giorgio Cini, per esempio, ospita i Triomphi di messer Francesco Petrarca poeta fiorentino, o l'unica copia delle Faule di Esopo in lingua toscana del 1520. La Marciana custodisce il più antico codice completo dell'Iliade, nei quali si conserva buona parte di ciò che il pensiero antico, in particolare la scuola del Museo di Alessandria, ha elaborato riguardo ai poemi omerici, o l'Anthologia Planudea, 2400 epigrammi raccolti dal monaco Massimo Planude a Costantinopoli dal 1299 al 1301, che conserva tutto ciò che rimane dell'epigrammistica antica; o il Breviario Glagolitico, che dopo il Missale Romanum del 1483 è la prima stampa in Slavo. Per non parlare dell'Archivio di Stato, con gli Statuti della Repubblica di Venezia del 1200 o i documenti firmati dallo Zar Pietro I di Russia di ratifica della Lega con l'Austria e Venezia contro l'Impero Ottomano l11 giugno 1694. O la Biblioteca del Seminare Patriarcale con il Decameron di Boccaccio, un codice cartaceo datato 1449, giusto per dire che non custodisce solo pur preziosissimi messali quasi millenari. In altre parole l'unica giustificazione a una simile, incredibile dimenticanza è che gli "esperti" dell'Unesco non sono riusciti a scegliere tra tanto ben di Dio e quindi hanno deciso di non decidere. La soluzione l'avevano sotto mano, dichiarando «Patrimonio dell'Umanità» l'intero corpo documentale custodito negli archivi italiani. O magari solo in quelli Veneziani. O in quelli romani, del Vaticano. A meno che dietro la scelta di promuovere ad esempio il Trattato di Vienna e non quello di Campoformido (custodito a Venezia) non ci sia, come sospetta Marino Zorzi, nient'altro che una motivazione politica. Ma allora, perché l'Italia continua ad essere il primo contribuente di un carrozzone inutile?
Clamoroso: per l'Unesco Venezia non esiste
L'Unesco, organismo dell'Onu, ha una lista dei "patrimoni dell'umanità" che include luoghi e opere culturali di tutto il mondo. L'Italia, che versa il contributo più alto tra i Paesi dell'Onu, non riesce a inserire neanche una voce che riguardi la Penisola. La lista include opere come la Bibbia di Gutenberg, la Nona Sinfonia di Beethoven e gli scritti di Simon Bolivar, ma non quelli italiani. L'autore, Marino Zorzi, direttore della Biblioteca Marciana di Venezia, commenta con ironia la "dimenticanza" e sospetta che la scelta non sia dettata da motivi "tecnici" ma piuttosto politici.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo