Un impiccio fatto di chiacchiere, previsioni, dati, visioni e lente strategie, che non consentirebbe di mettere in campo metodologie più spicciole ed "operative", consulenti per singoli bisogni, finanziamenti frammentati, posticipando comodamente eventuali soluzioni a carico di chi verrà dopo. La questione dei rifiuti, ad esempio, è clamorosa per aver introitato in pieno tale atteggiamento e modo di approccio ai problemi. Non avendo saputo pianificare nella maniera opportuna il ciclo dei rifiuti nel medio-lungo periodo, si è optato, sovrastati dallemergenza, per soluzioni fittizie, fatte di discariche in posti improbabili, come quella nelle cave di Chiaiano, nel Parco delle Colline di Napoli, o per colossali impronte di livello geografico, come le ziggurat di ecoballe "costruite" nella piana campana. Ancora, un esempio. Pianificare è lunica cosa che non si è fatta a Pompei. Si è restaurato con discutibili elementi posticci larea del Teatro Grande per trasformarlo in una incongrua attrezzatura per lo svago, si sono proposti mangerecci percorsi di luce notturni, si sono riorganizzati alcuni servizi per il turismo giornaliero, ma ci si è guardati bene dal pianificare la manutenzione dellunica cosa che dà sostanza a tutto quanto: i manufatti archeologici, patrimonio dellUnesco e, quindi, di tutto il mondo, cui dovremmo dare conto. E non è un caso che lo studio di monitoraggio e analisi del sito, elaborato dal Benecon, che lanciava già da tempo diversi allarmi, sia stato preso con colpevole sufficienza. Il caso e la condizione fortuita continuano poi a tenere la scena anche per quanto riguarda un bene non riproducibile ed esclusivo della Campania: il paesaggio. Tutti i più recenti rapporti delle maggiori istituzioni nazionali sui conti economici delle regioni, individuano nel bene-paesaggio, e quindi nellenogastronomia, nel turismo non solo stagionale, nellampiezza dellofferta, una delle leve rilevanti per lo sviluppo del meridione, a condizione di essere in grado di sfruttare lampia "capacità turistica sottoutilizzata" (Svimez) e il "grande potenziale di attrattività" (Confindustria), senza adagiarsi sulle solite mete turistiche di punta (Napoli, il Cilento, la Costiera Sorrentina, le isole). Un problema, ancora una volta, di pianificazione e di programmazione di strategie, che mantiene ampio il divario tra lalto "gradimento di immagine" del paesaggio Campano, e il basso "gradimento di mercato" verso una regione che attrae una quota ancora minoritaria del turismo italiano. Questa scelta, a questo punto strutturale, di procedere a segmenti, senza target definiti e senza modelli di riferimento, pare ormai confermata, quasi sancita, da diversi provvedimenti sui temi più rilevanti della gestione regionale, e di cui è possibile citarne almeno due come indicatori dellenfasi e della contestuale dannosa inconsistenza delle azioni amministrative e di governo, in particolare del governo regionale. Il primo, quasi incredibile per una regione dalla geografia variabile come la Campania, è la provincializzazione dellintero ciclo dei rifiuti. Pensare che la provincia di Napoli, il più grande e più denso attrattore metropolitano del Sud, debba risolversi da sola il problema dei rifiuti, fornendo, però, allo stesso tempo servizi e attrezzature allintera regione, è una rischiosa stupidaggine, più grande della quale cè solamente il fatto di perseverare, come pare, in questa direzione. Il secondo provvedimento, oramai trito a dire il vero, è il cosiddetto Piano Casa, che oggi arriverà in aula per essere ri-approvato con una serie talmente elevata ed illogica di modifiche ad indirizzo speculativo, che lintera regione, compresi i centri storici e le aree di pregio a vincolo paesaggistico, vengono lasciati alla discrezione di privati, geometri disponibili, abusivisti di diverso conio, che sono più o meno gli stessi che, in qualche caso, hanno "suggerito" tali modifiche. Addirittura la nuova legge si spinge nellinverosimile, stabilendo, allarticolo 2, che le possibilità di ampliare, demolire e ricostruire con un premio di volumetria quasi doppio rispetto allesistente e di procedere a cambi di destinazione duso, diventa possibile anche sui volumi "non ancora esistenti", addentrandosi, a quanto pare, in questioni ontologiche, equiparando la realtà alla sua simulazione. Decidere, in sostanza, che pianificare il futuro di questa regione, nei diversi settori, non serve, se non a perdere tempo e a rallentare lo "sviluppo", significa rinunciare alla naturale azione di governo, fatta di indirizzi e di priorità argomentate. Nascondersi dietro il paravento della rapidità e delle "misure urgenti" è un modo di dilatare nel tempo la crisi della regione e del suo capoluogo, assumendosi responsabilità che dalla cronaca passeranno, negativamente e presto, alla storia.