L'Opera non chiude, è sempre viva Il mondo della lirica si interroga dopo la provocazione di (àl lido Ceronetti su "La Stampa" «I1 melodramma ha concluso il suo arco a metà del secolo scorso», ha scritto su La Stampa di ieri Guido Cero-netti. «Se con un bilancio divoratore della Scala la saggezza dello Stato (mai ci fosse) potesse restaurare degnamente Pompei, non esiterei un momento a dar tutto agli scavi e a proteggerli dall'incuria e dalla sporcizia». Le riflessioni dello scrittore arrivano subito dopo la tradizionale prima di Sant'Ambrogio del teatro milanese, a suo parere «ormai un puro evento d'obbligo, ma di scarso significato». Ecco cosa ne pensano gli «addetti ai lavori» del mondo della lirica. Gentile Direttore, leggo costernato l'articolo con cui oggi "La Stampa" auspica con grande evidenza, per mano di Guido Ceronetti, la chiusura della Scala. Un testo irresponsabile, perché porta acqua a chi, artisti e architetti in primis, nel nome di un nuovo informe e disgraziato e stupido sta cancellando in modo sempre più volgare e violento il nostro paesaggio storico e umano. Un testo demagogico perché furbescamente ammicca a Pompei, come se togliere soldi a una delle massime espressioni della cultura italiana nel mondo, il teatro d'Opera, sia il modo per salvare quel povero sito archeologico. Un testo infine banale e ideologico e contraddittorio perché Ceronetti non s'accorge che i suoi eterni teatro e musica trovano infine la loro magnifica sintesi proprio nell'Opera. Rifletta invece Ceronetti sul piano dato di fatto che in un Paese come il nostro, così meravigliosamente e infinitamente segnato dalla Storia, eterno è, deve essere, il detto di Platone per cui "il passato è una divinità che quando è presente tra gli uomini salva tutto ciò che esiste" (Le Leggi, VI 775).