CARO DIRETTORE, qualche giorno fa, sulle pagine di questo giornale, Giuliano Amato e Carlo De Benedetti si interrogavano su cerne davanti ai concreti rischi di marginalizzazione dell'Italia nei nuovi scenari globali sia necessario trovare un nuovo modo per il nostro Paese di "stare al mondo". Niente di più vero ed urgente. Ed infatti il centrosinistra davanti al fallimento della destra deve mettere in campo idee nuove e alternative, innanzi tutto per stabilire quali varianti del capitalismo (ce ne sono parecchie) siano preferibili al fine di superare quella brutale contrapposizione tra competitività e giustizia sociale riproposta ossessivamente dai tenaci cultori di un neoliberismo niente affatto in ritirata. È dentro questo ampio contesto che va analizzato il tema della specializzazione nazionale sui mercati globali. Amato e De Benedetti individuano nei settori ad alto contenuto qualitativo (il made in Italy) uno dei volani su cui puntare. Giusto. E, tuttavia, vorrei sottolineare che in questa "ricchezza italiana" oltre al design, ai prodotti tipici, alla Ferrari ed alla moda vi è anche quel "palinsesto inscindibile" come lo chiamava Argan che è il nostro patrimonio comune di natura, arte e cultura (tutelato dall'art. 9 della Costituzione) attraverso cui siamo conosciuti e percepiti in ogni angolo del mondo. Questo patrimonio è una grande risorsa per la ricchezza spirituale e materiale dell'Italia e non è delocalizzabile nei processi di internazionalizzazione del mercato del lavoro. È l'aspetto più immediatamente percepibile del nostro genius loci. Ecco perché le politiche culturali devono essere considerate al tempo stesso politiche di welfare che estendono il diritto alla cultura inteso come diritto di cittadinanza (dai caratteri nuovi nell'era digitale) e, contemporaneamente, politiche industriali finalizzate a sostenere processi di crescita dell'industria culturale, del turismo e, più complessivamente, del sistema produttivo italiano. In effetti la qualità italiana, la bellezza, non sono un "settore" ma un vero e proprio fattore di sviluppo, dalle enormi potenzialità per il grado di competitività del "sistema Italia". Vorrei contribuire alla riflessione avviata da Amato e De Benedetti proponendo un vero e proprio "new deal" per il patrimonio ambientale, paesaggistico e culturale italiano: un appassionante progetto che tenga assieme modernizzazione ecologica, investimenti nella ricerca e nel sapere, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico. Un modello di sviluppo e specializzazione centrato su beni sociali più alti e sulla promozione di un sistema di valori "pubblici". C'è da aggiungere che uno sforzo simile avrebbe oggi un significato in più in un tempo in cui il mondo è lacerato da opposte e contrarie spinte, da un lato verso l'omologazione culturale e dall'altro verso processi che portano a brandire fino al fanatismo identità culturali e religiose. Su questo patrimonio, che è testimonianza del passato ma anche talento contemporaneo, il nostro Paese è rimasto seduto inerte per decenni, trascurandolo ed ignorandolo. Solo negli anni '90 si è cominciata ad operare una prima, parziale inversione di tendenza. Ricordo che dal 1996 al 2001, pur in anni di difficile congiuntura economica, nuovi investimenti ed una nuova attenzione hanno portato ad aprire e concludere molti cantieri di restauro, a restituire al pubblico luoghi d'arte chiusi da tempo, a promuovere nel mondo la cultura italiana, ad aumentare le risorse pubbliche destinate alla creazione contemporanea, nel cinema, nel teatro, nella musica, nell'architettura. Erano anni in cui le politiche di governo del territorio poggiavano sul tabù del condono edilizio e sul sostegno all'architettura di qualità. In quegli anni, grazie a questi sforzi, sono cresciuti l'industria, il turismo e l'occupazione culturale, con tassi a due cifre. Oggi si tratta di ripartire da quell'esperienza, estendendola e considerandola meno "marginale" ai fini di un più complessivo progetto di individuazione della "missione Italia" nell'economia globale. Ecco uno dei compiti della Grande Alleanza Democratica: trasformare quelle idee in una proposta più vasta in cui il patrimonio culturale venga messo al centro di un'operazione che coinvolga Stato, enti locali, Università e mondo dell'impresa e che diventi oggetto di un flusso costante di investimenti pubblici e privati. Nel prossimo futuro, quindi, abbiamo un'opportunità. Ma oggi abbiamo un'urgenza. Dobbiamo sventare l'attacco al patrimonio di bellezza e cultura portato dall'attuale Governo, che è guidato da una visione puramente mercantile ed al quale calzerebbe benissimo la frase di Keynes «spegnereste il sole e le stelle perché non danno dividendi». Attentare all'integrità del patrimonio storico-artistico ed al suo valore di bene pubblico, non tutelarlo, svenderlo, condonare abusi edilizi nelle aree di pregiocome si è ribadito con la recente e scandalosa legge approvata al Senato e non investire sulla promozione della produzione culturale contemporanea equivale a comportarsi come i luddisti due secoli fa. Nella società della cultura, significa distruggere una delle nostre principali ricchezze. Oggi dall'opposizione dobbiamocome ha detto Prodiimpedire questa devastazione. Domani dovremo puntare su questa ricchezza per aiutare l'Italia ad essere un Paese più civile ed a ritrovare il suo "modo di stare al mondo".