LE STATUINE DI MATERA UN AFFRESCO DEL POPOLO Si inaugura una mostra che recupera i piccoli gioielli del "pastoraio" trapanese conservati al museo Pitrè e che piacquero a re Ludwig di Baviera I suoi pastori cenciosi e i suoi contadini al lavoro dovevano commuovere i più umili ma al contempo compiacere i ricchi committenti pochi decenni separano la grande "Adorazione dei Pastori" che il pittore nordico Matthias Stom dipinse su incarico dellarcivescovo Torresiglia per la Chiesa dei Cappuccini di Monreale, intorno al 1642, dalle figure che Giovanni Matera, "lu pasturaru", modellava in tela, colla e stoffa per quelle sacre rappresentazioni della Natività in scala ridotta che la pratica del presepe aveva diffuso dalla metà del Seicento. Ma aldilà della relativa prossimità cronologica, laccostamento proposto dalla Soprintendenza beni culturali di Palermo affiancando nella medesima esposizione ("La luce del Natale. Matthias Stom e Giovanni Matera", si inaugura oggi alle 17 a Palazzo Ajutamicristo, in via Garibaldi) ripropone una ormai indagata questione metodologica sulla tradizionale separazione tra arti maggiori e arti minori, e sulla gerarchia che tale divisione ha comportato per lungo tempo. Anche se, a ben guardare, proprio Stom e Matera offrono a questo proposito il caso di un singolare rovesciamento, visto che il primo è stato sino agli inizi del Novecento ignorato dalla storiografia internazionale, mentre del secondo il re Ludwig I di Baviera acquistò già nel 1817 un gruppo ora esposto al Bayerisches Nationalmuseum di Monaco. Non si tratta di una mera questione teorica. Alcuni elementi non secondari incrociano infatti le traiettorie delle opere in mostra. Le ragioni sociali dellopera e della committenza innanzitutto, visto che un gruppo centrale dei pastori oggi appartenenti al Museo Pitrè (dove torneranno si spera in esposizione permanente quando i lavori di allestimento verranno completati dopo anni di chiusura), disposto adesso nella "scarabattola" in mostra, proviene dalla Chiesa di SantAntonino dei Padri Riformati dove Matera si rifugiò in seguito a un crimine rimasto sconosciuto, e sottolinea dunque la medesima funzione di pedagogia per gli umili sottintesa alla tela di Stom per lordine dei Cappuccini. E poi la componente iconografica: il gesto con cui la Vergine, nel dipinto di Stom, solleva il lembo di stoffa che rivela la luce che si irradia dal Bambino, procede dalla pittura nordica, si diffonde in Italia soprattutto attraverso le opere dei Bassano, e lo Stom lo riprende da uno dei suoi riferimenti, Gerrit von Hontohosrt, "Gherardo delle Notti"; e Matera a sua volta lo cita in uno dei gruppi della Natività, giuntoci parzialmente mutilato, ma sicuramente dialogante con la grande tradizione pittorica. Ce nè abbastanza, insomma, perché gli storici dellarte affianchino le loro ricerche a quelli degli etnologi e degli antropologi che sin da Giuseppe Pitrè hanno preso in esame i lavori di Matera contribuendo a etichettarne la produzione come "arte popolare". Anche perché altri aspetti - il fare agitato, drammatico e barocco del panneggio ad esempio - dicono di una partecipazione al clima figurativo e formale della civiltà del Seicento, al punto che questa modalità di accentuare gli effetti patetici può essere ritenuto uno degli indicatori per distinguere la sua mano da quella della bottega, dei seguaci e degli imitatori con cui spesso il suo lavoro è stato confuso e diluito. La maniera di Matera, in questo, è più prossima a quella dei grandi gruppi processionali dei Misteri di Trapani (la città dove era nato nel 1653 da una famiglia povera e numerosa) con cui condivide tecniche, materiali e sentimento drammatico, che non alla eleganza propria di quella tendenza alla miniaturizzazione che accompagna parte della produzione decorativa del Settecento: dai corallari ai teatrini del suo grande coetaneo Serpotta, di cui probabilmente dovette avere una conoscenza diretta considerato che gran parte delle scarne notizie biografiche lo danno residente tra Monreale e Palermo sino alla morte nel 1718. Tutto invece in Matera parla con una diversa immediatezza espressiva che sarebbe riduttivo definire semplicemente vernacolare: sarebbe più adatto parlare forse di un rapporto di intersezione tra la dimensione figurativa più acclarata della pittura del tempo e laspetto più chiaramente didascalico di questi personaggi a cui Matera conferiva una verità emotiva che doveva facilitare la partecipazione commossa degli umili ma anche, su un diverso registro, lo sguardo compiaciuto e ammirato dei committenti aristocratici con cui pure "lu pasturaru" ebbe rapporti non occasionali: in particolare con i marchesi Di Gregorio presso il cui feudo trovò protezione. I personaggi dei presepi del Museo Pitrè (in tutto oltre trecento, in mostra poco meno di un centinaio) offrono un ventaglio assai ampio. Dalla venditrice di uova addormentata abbracciata al suo canestro di vimini (il corpo riverso, la testa rovesciata) alla folla di mendicanti e straccioni per i quali Matera, oltre ai modelli pittorici, guardò sicuramente agli scenari urbani dellepoca; dai pastori cenciosi ai contadini colti nelle pose del lavoro quotidiano, dagli zampognari alle madri con i bambini in braccio crollanti dal sonno, lumanità di Matera è insomma specchio di una umanità sconfitta, affaticata, che solo nei personaggi centrali della Natività - la Sacra Famiglia, i re Magi, gli angeli, per i quali le fisionomie si ingentiliscono e la gestualità si raffrena - scorge il suo possibile riscatto. E anche in questo si avverte loriginalità dellartefice: nellavere ritrovato soltanto in un secondo tempo gli accenti di realtà nelle citazioni e nei modelli figurativi dopo avere sperimentato direttamente le asprezze di quel mondo nella Sicilia immiserita del secondo Seicento.